"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

martedì 2 agosto 2016

Cosa resta della #GMG di Cracovia: le 18 frasi più significative di #PapaFrancesco


Cosa resta della Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia? A seguire, le 18 frasi più significative che Papa Francesco ha pronunciato nei vari interventi pubblici, in particolare con i giovani.

Incontro con le autorità

1. Le stesse politiche sociali a favore della famiglia, primo e fondamentale nucleo della società, per sovvenire quelle più deboli e povere e sostenerle nell’accoglienza responsabile della vita, saranno in questo modo ancora più efficaci. La vita va sempre accolta e tutelata – entrambe le cose insieme: accolta e tutelata – dal concepimento alla morte naturale, e tutti siamo chiamati a rispettarla e ad averne cura.

2. Si può perdonare totalmente? È una grazia che dobbiamo chiedere al Signore. Noi, da noi stessi, noi non possiamo: facciamo lo sforzo, tu lo hai fatto; ma è una grazia che ti dà il Signore, il perdono, di perdonare il nemico, perdonare quello che ti ha ferito, quello che ti ha fatto del male. Quando Gesù nel Vangelo ci dice: “Chi ti dà uno schiaffo su una guancia, dagli l’altra”, significa questo: lasciare nelle mani del Signore questa saggezza del perdono, che è una grazia. Ma a noi spetta fare tutta la nostra parte per perdonare.

3. La pace costruisce ponti, l’odio è il costruttore dei muri. Tu devi scegliere, nella vita: o faccio ponti, o faccio muri. I muri dividono e l’odio cresce: quando c’è divisione, cresce l’odio. I ponti uniscono, e quando c’è il ponte l’odio può andarsene via, perché io posso sentire l’altro, parlare con l’altro. A me piace pensare e dire che noi abbiamo, nelle nostre possibilità di tutti i giorni, la capacità di fare un ponte umano. Quando tu stringi la mano a un amico, a una persona, tu fai un ponte umano. Tu fai un ponte. Invece, quando tu colpisci un altro, insulti un altro, tu costruisci un muro. L’odio cresce sempre con i muri.

4. La Madonna, a Cana, ha mostrato tanta concretezza: è una Madre che si prende a cuore i problemi e interviene, che sa cogliere i momenti difficili e provvedervi con discrezione, efficacia e determinazione. Non è padrona né protagonista, ma Madre e serva. Chiediamo la grazia di fare nostra la sua sensibilità, la sua fantasia nel servire chi è nel bisogno, la bellezza di spendere la vita per gli altri, senza preferenze e distinzioni. Ella, causa della nostra gioia, che porta la pace in mezzo all’abbondanza del peccato e ai subbugli della storia, ci ottenga la sovrabbondanza dello Spirito, per essere servi buoni e fedeli.


5. Nei miei anni vissuti da Vescovo ho imparato una cosa – ne ho imparate tante, ma una voglio dirla adesso -: non c’è niente di più bello che contemplare i desideri, l’impegno, la passione e l’energia con cui tanti giovani vivono la vita. Questo è bello! E da dove viene questa bellezza? Quando Gesù tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi sono capaci di azioni veramente grandiose. È stimolante, sentirli condividere i loro sogni, le loro domande e il loro desiderio di opporsi a tutti coloro che dicono che le cose non possono cambiare.

6. Conoscendo la passione che voi mettete nella missione, oso ripetere: la misericordia ha sempre il volto giovane. Perché un cuore misericordioso ha il coraggio di lasciare le comodità; un cuore misericordioso sa andare incontro agli altri, riesce ad abbracciare tutti. Un cuore misericordioso sa essere un rifugio per chi non ha mai avuto una casa o l’ha perduta, sa creare un ambiente di casa e di famiglia per chi ha dovuto emigrare, è capace di tenerezza e di compassione. Un cuore misericordioso sa condividere il pane con chi ha fame, un cuore misericordioso si apre per ricevere il profugo e il migrante. Dire misericordia insieme a voi, è dire opportunità, è dire domani, è dire impegno, è dire fiducia, è dire apertura, ospitalità, compassione, è dire sogni.

Visita ad Auschwitz

7. (silenzio e preghiera)


Visita all'ospedale pediatrico

8. Quanto vorrei che, come cristiani, fossimo capaci di stare accanto ai malati alla maniera di Gesù, con il silenzio, con una carezza, con la preghiera. La nostra società è purtroppo inquinata dalla cultura dello “scarto”, che è il contrario della cultura dell’accoglienza. E le vittime della cultura dello scarto sono proprio le persone più deboli, più fragili; e questa è una crudeltà.


9. Oggi l’umanità ha bisogno di uomini e di donne, e in modo particolare di giovani come voi, che non vogliono vivere la propria vita “a metà”, giovani pronti a spendere la vita nel servizio gratuito ai fratelli più poveri e più deboli, a imitazione di Cristo, che ha donato tutto sé stesso per la nostra salvezza. Di fronte al male, alla sofferenza, al peccato, l’unica risposta possibile per il discepolo di Gesù è il dono di sé, anche della vita, a imitazione di Cristo; è l’atteggiamento del servizio. Se uno – che si dice cristiano – non vive per servire, non serve per vivere. Con la sua vita rinnega Gesù Cristo.

Messa con i sacerdoti

10. Gesù manda. Lui desidera, fin dall’inizio, che la Chiesa sia in uscita, vada nel mondo. E vuole che lo faccia così come Lui stesso ha fatto, come Lui è stato mandato nel mondo dal Padre: non da potente, ma nella condizione di servo (cfr Fil 2,7), non «per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45) e per portare il lieto annuncio (cfr Lc 4,18); così anche i suoi sono inviati, in ogni tempo. Colpisce il contrasto: mentre i discepoli chiudevano le porte per timore, Gesù li invia in missione; vuole che aprano le porte ed escano a diffondere il perdono e la pace di Dio, con la forza dello Spirito Santo.

11. Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere, non vogliamo insultare. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia.

12. Ma la verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. È molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà.

13. Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia.

14. Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano / młodzi kanapowi, ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con gli scarponcini calzati. Questo tempo accetta solo giocatori titolari in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro. No! Noi dobbiamo decidere il nostro futuro, voi il vostro futuro!


15. Fidatevi del ricordo di Dio: la sua memoria non è un “disco rigido” che registra e archivia tutti i nostri dati, la sua memoria è un cuore tenero di compassione, che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male. Proviamo anche noi, ora, a imitare la memoria fedele di Dio e a custodire il bene che abbiamo ricevuto in questi giorni. In silenzio facciamo memoria di questo incontro, custodiamo il ricordo della presenza di Dio e della sua Parola, ravviviamo in noi la voce di Gesù che ci chiama per nome.


16. Io non so se ci sarò a Panama, ma vi posso assicurare una cosa: che Pietro ci sarà a Panama. E Pietro vi chiederà se avete parlato con i nonni, se avete parlato con gli anziani per avere memoria; se avete avuto coraggio e audacia per affrontare le situazioni e avete seminato per il futuro. E a Pietro darete la risposta. E’ chiaro? [Sì!]

Ai giornalisti

17. (Andata) Una sola parola vorrei dire per chiarire. Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione, no. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliamo la pace. La guerra, la vogliono gli altri. Capito?

18. (Ritorno) A me piace parlare con i giovani. E mi piace ascoltare i giovani. (...) Il nostro futuro sono loro, e dobbiamo dialogare. È importante questo dialogo tra passato e futuro. È per questo che io sottolineo tanto il rapporto fra i giovani e i nonni, e quando dico “nonni” intendo i più vecchi e i non tanto vecchi – ma io sì! – per dare anche la nostra esperienza, perché loro ascoltino il passato, la storia e la riprendano e la portino avanti con il coraggio del presente, come ho detto questa sera.

lunedì 18 luglio 2016

Il perché di una #missionedigitale. Cooperare al bene comune attraverso i #socialmedia


Quando parliamo di nuovi media, troppo spesso attribuiamo al termine “nuovo” un significato che sposta verso il futuro una realtà che, invece, è ormai consolidata nel presente e che inizia ad avere anche una certa storia. Il nostro modo di comunicare è cambiato e questa trasformazione è entrata a pieno titolo nel vissuto quotidiano di ogni persona, perfino di quelle che non sono online. Da tempo, anche le istituzioni della Chiesa hanno preso atto di questa trasformazione, e molte modalità di comunicazione hanno trovato nel digitale un ambiente particolarmente adatto all’incontro tra le persone.

Il volume "La missione digitale. Comunicazione della Chiesa e social media" (a cura di G. Tridente e B. Mastroianni) nasce proprio con l’intento di offrire una riflessione agile in questo ambito. La prospettiva è quella di esplorare le dinamiche online, per trarne spunti professionali per chi si occupa di uffici comunicazione di istituzioni ecclesiali o di servizio sociale legate alla Chiesa.
Il testo non è rivolto soltanto agli addetti ai lavori, ma a chiunque voglia fare della sua presenza nella conversazione globale un’occasione per cooperare al bene comune. Oggi, infatti, la comunicazione non è più un semplice affare per professionisti (giornalisti e comunicatori) ma qualcosa a cui ciascuno contribuisce con la sua vita in Rete. Educatori, genitori, artisti, ecclesiastici, religiosi, volontari: tutti sono chiamati a dare il loro apporto, giacché il Web non è solo uno strumento, ma un ambiente da abitare, in cui si possono costruire legami e arricchire le proprie esperienze.

L’approccio dei saggi che compongono l’edizione è di tipo propositivo. Esistono fin troppi testi, in letteratura, pronti ad analizzare i pericoli e i rischi che la tecnologia digitale porta con sé. In queste pagine, invece, si parte dal presupposto inverso: ogni nuovo scenario di comunicazione – coinvolgendo donne e uomini – porta con sé le luci e le ombre della condizione umana, ed è proprio in considerazione della capacità di far luce che le ombre si possono dissipare. Pertanto, non si troveranno ragionamenti – seppur importanti – sullo “spegnere la tecnologia” o sul “mettere regole” per limitarne l’uso, quanto piuttosto su “cosa c’è da fare” nel momento in cui i dispositivi sono accessi e connessi a quel mondo fatto di relazioni interpersonali costituito dalla Rete.

Il continente digitale è popolato da comunità e gruppi di ogni tipo, da linguaggi e tradizioni, da culture e rituali molto diversi tra loro. Così come i primi missionari non ebbero alcun timore, di fronte a nuovi popoli e nuove culture, di incontrare l’altro nei suoi bisogni, nei suoi interessi, nella sua identità – in una parola: nella sua umanità – anche oggi la Chiesa si trova di fronte a questa missione digitale.

Il Vangelo, infatti, come dice Papa Francesco, è una buona notizia che parla all’uomo di felicità, perché parla di un incontro, quello con Gesù. Servono uomini e donne presenti online capaci di portare la gioia di quell’incontro fondamentale. Per fare questo, come i primi missionari occorre conoscere il terreno e le tradizioni dei popoli del Web, i loro linguaggi e il loro modo di entrare in relazione.

Il resto lo trovate QUI (iTunes) - oppure QUI (Kindle) - o ancora QUI (Pdf).

Per prenotare una copia cartacea.

lunedì 11 luglio 2016

Un americano e una spagnola, laici, alla guida della Sala Stampa della Santa Sede



Un americano e una spagnola, laici e giornalisti, alla guida della Sala Stampa della Santa Sede. Li ha nominati Papa Francesco, in sostituzione del gesuita P. Federico Lombardi.

Si tratta di Greg Burke (@GregBurkeRome), nato nel 1959 a Saint Luis (USA), membro numerario dell'Opus Dei, già corrispondente da Roma per Fox News, chiamato nel 2012 in Segreteria di Stato, Sezione per gli Affari Generali, come Consulente per la comunicazione e, dal dicembre del 2015, Vice Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, che assumerà la carica di Direttore.

Come Vicedirettrice, il Santo Padre ha scelto Paloma García Ovejero (@pgovejero), nata a Madrid nel 1975, dal 1998 è redattrice e conduttrice della "Cadena Cope, Radio Española", con la qualifica di Capo Redattore e, dal 2012, corrispondente per l'Italia e per la Città del Vaticano. Oltre allo spagnolo, l'italiano e l'inglese, conosce il cinese.

Intervenendo una volta sulla professione giornalistica, disse: "La mia esperienza è che devo leggere, studiare tanto, per una notizia di quaranta secondi. Non è facile fare quaranta secondi bene se non ci sono state quaranta ore di studio, di silenzio. E questo è un mestiere".

A entrambi gli auguri di un proficuo lavoro al servizio della comunicazione della Chiesa, e un ringraziamento a P. Federico Lombardi, che ha servito con dedizione e grande umiltà gli ultimi tre Pontefici.

martedì 5 luglio 2016

Francesco e Benedetto, due angeli custodi che si proteggono a vicenda


"Come angeli custodi, il Papa e il Papa emerito si proteggono a vicenda. L'uno sostiene l'altro, a livello umano, a livello spirituale. E così allontanano quelle voci che cercano di marcare le distanze tra di loro, se non addirittura altro ancora. Voci provenienti da certi ambienti e che trovano purtroppo eco sui blog, su internet. Invece i due Papi hanno mandato un messaggio di unità e serenità". Il commento è di don Roberto Regoli, responsabile del dipartimento di storia della Chiesa alla Pontificia Università Gregoriana, autore del libro Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI (Lindau) 2016. Le sue parole si riferiscono alle recenti affermazioni di Papa Francesco - che ha detto di sentirsi custodito dal Papa emerito - e dello stesso Papa emerito che ha affermato di sentirsi protetto dal Pontefice.

Serve una visione storica
Nel suo libro, don Regoli ha voluto proporre una prima riflessione, compiuta e integrale, sugli otto anni di Pontificato di Benedetto XVI. "Mi rendo conto - spiega - che essendo stato pubblicato a soli tre anni dalla rinuncia, è solo un primo abbozzo, un primo tentativo che richiederà ulteriori approfondimenti". "Ci vorranno forse settant'anni - spiega - prima che siano aperti gli archivi vaticani riguardanti il pontificato di Joseph Ratzinger. Ma è necessario fin da ora applicare una visione storica a questa pagina di storia del papato. Un pontificato non può mai essere letto come un evento a sé stante, isolato da ciò che lo precede e ciò che lo segue. Come accade per il Vangelo, dove un versetto non basta a comprendere un passo".

Gli aspetti notevoli di un pontificato
"Credo che l'aspetto più originale e creativo del pontificato di Benedetto XVI - spiega Regoli - sia legato all'ecumenismo. Per sua iniziativa sono stati posti in essere nuovi meccanismi di comunione, come nel caso della creazione degli ordinariati personali con gli anglicani che crea un modo di governo inedito per entrambe le confessioni. Oppure ai passi compiuti da Papa Ratzinger nel dialogo con il mondo della cultura.Durante il suo pontificato si avviano dei colloqui con figure apicali provenienti da culture molto diverse da quella cattolica. Soprattutto del mondo liberale e del mondo marxista. Si aprono dibattiti legati alla questione cruciale del nostro tempo che è quella antropologica. Notevole anche la rilettura positiva che, a dieci anni di distanza, ha ricevuto il suo famoso discorso pronunciato a Ratisbona sulla inconcepibilità del connubio religione e violenza e sulla necessità di coniugare invece sempre fede e ragione".

Un solo Papa
Sulle conseguenze della rinuncia di Benedetto XVI, don Regoli è molto chiaro: "Come ha ribadito l'arcivescovo Gänswein alla presentazione del mio libro, oggi non ci sono due papi, ma un solo pontefice felicemente regnante. Resta però aperta la questione teologica e canonistica sull'emeritato, la creazione del Papa emerito, che resta una novità da studiare e approfondire".
Fabio Colagrande, RV

lunedì 27 giugno 2016

Papa Francesco e quei "messaggi in codice" attraverso l'uso degli anelli


Avete presente quando ‪Papa Francesco‬ cambia l'anello a seconda dell'impegno che deve svolgere? Durante le celebrazioni pontificie "forti" (1ª foto) utilizza l'anello del pescatore, mentre negli eventi pubblici (udienze, incontri, raduni) (2ª foto) utilizza quello episcopale (che aveva da vescovo e cardinale). Ecco, in questa prassi io trovo la sintesi del suo Pontificato.

Il Papa parla con due registri, a due pubblici e con lo stesso fine: parla agli "eruditi", confermando tutto il Magistero precedente senza cedere di un millimetro su quella che è la dottrina della Chiesa e così confermandoli nel loro percorso; parla poi agli "ultimi", quelli lontani dalla fede, con il linguaggio che questi possono comprendere, dandogli speranza, aprendo loro le braccia per riportarli all'ovile e tutti insieme festeggiare.

Non ci trovo nulla di sconvolgente, se non lo scandalo di un disinteressato amore per ogni creatura di Dio, sia essa pure la più peccatrice.


Il mio invito è a saper discernere le parole, i gesti e gli insegnamenti del Santo Padre: sono rivolti a me, in quanto "erudito" e quindi bisognoso di essere confermato nel mio cammino di fede, oppure sono rivolte a me "ultimo", desideroso di ritornare tra le braccia del Padre dopo che me ne sono allontanato? 

In entrambi i casi, uno solo è il cammino da percorrere, una sola la meta; e la guida è la stessa.

lunedì 20 giugno 2016

ALTRO da dire, come comunicare il bene e generare speranza


"Ci sono uomini che passano e non vanno oltre. Si chinano sulle sofferenze e da esse si lasciano interpellare. Osano sognare il futuro, generano Speranza… Tra loro tanti consacrati, sulle frontiere, liberi da tutto, per comunicare l’Altro".

Si presenta con queste parole il progetto informativo ALTRO da dire, testimoniare, condividere, ideato e coordinato da Laura Galimberti e sostenuto dalla Fondazione Comunicazione e Cultura della Conferenza Episcopale Italiana.

Il sito web, presentato in maniera snella, rilancia "le risposte concrete delle Congregazioni religiose e degli Istituti secolari alle tante frontiere del disagio, per fare rete nella Rete, moltiplicare la buona notizia e seminare nuova Speranza".

Tra le sezioni che giornalmente vengono popolate di storie e testimonianze: migranti, povertà, giovani, famiglia, cultura, disabili... temi tutti letti in chiave di bontà e bellezza.

Un posto da frequentare assolutamente!

lunedì 13 giugno 2016

#Disabili pienamente accolti, la loro testimonianza è tesoro



Inclusione e partecipazione. Si può sintetizzare in queste due parole chiave l'invito di Papa Francesco per una pastorale di maggiore accoglienza (nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali) delle persone con disabilità, anche gravi e gravissime.

Lo ha rivolto ai partecipanti al Convegno per persone disabili, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana nel 25º anniversario di creazione dello specifico settore della Catechesi in seno all'organismo nazionale, anche se si trova soltanto nel discorso preparato, dato per letto e consegnato.

Dire inclusione significa riconoscere che queste persone, oltre ad essere capaci di "vivere una genuina esperienza di incontro con Cristo", ne sanno anche dare testimonianza, convertendosi in veri e propri apostoli e missionari - riconosce il Papa - verso gli altri membri della comunità: "nella debolezza e nella fragilità si nascondono tesori capaci di rinnovare le nostre comunità cristiane".

Per cui bisogna aumentare gli sforzi per giungere ad una piena accoglienza, favorendo una partecipazione che diventi finalmente ordinaria, normale". E qui viene la seconda parola chiave.

Partecipazione include, rispetto alle persone disabili, "la loro ammissione ai Sacramenti", superando "dubbi, resistenze e perfino rifiuti" che le escluderebbero dall'esercizio "della loro figliolanza divina".

Al dono del Sacramento va fatto corrispondere il vissuto della liturgia: "sia viva preoccupazione della comunità fare in modo che le persone disabili possano sperimentare che Dio è nostro padre e ci ama, che predilige i poveri e i piccoli attraverso i semplici e quotidiani gesti d'amore di cui sono destinatari". Una vera partecipazione riconosce ai disabili una collocazione e un coinvolgimento giusti nelle assemblee liturgiche, per "sostenere il senso di appartenenza di ciascuno".

In questo caso, le resistenze da superare sono "pregiudizi, esclusioni ed emarginazioni", in cambio di una diversità apprezzata come valore.

Nelle parole rivolte a braccio, il Papa ha invitato a superare la paura delle diversità, che invece "sono proprio la ricchezza, perché io ho una cosa, tu ne hai un’altra, e con queste due facciamo una cosa più bella, più grande". Un mondo in cui siamo tutti uguali "sarebbe un mondo noioso".

E anche qui, per quanto riguarda la partecipazione, ha ricordato che "ognuno di noi ha un modo di conoscere le cose che è diverso: uno conosce in una maniera, uno conosce in un’altra, ma tutti possono conoscere Dio".

lunedì 6 giugno 2016

Evangelizzare da attivi digitali


La Chiesa “in uscita” di Papa Francesco, che sposta l'attenzione dal centro alle periferie (esistenziali), mancherebbe di un tassello fondamentale se in questo percorso di evangelizzazione venisse escluso l'ambiente dei social media.

Negli ultimi tempi si è andata consolidando una nuova branca speculativa – espressione di varie sensibilità intellettuali e appartenenze, compresa quella cattolica –, che intende riflettere sul “come” stare sui social network (Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn, ecc.) da persone responsabili, preoccupate per il bene comune e desiderose di contribuire a un mondo migliore.

Queste riflessioni, diffuse un po' a macchia di leopardo negli ambienti della ricerca che conta, dicono sostanzialmente che con la diffusione dei cosiddetti “nuovi media”, se si vuole veramente essere degli influencer di qualità, bisogna superare la logica del contrasto e della contrapposizione, instradandosi sulla via del confronto pacifico e del dialogo, gli unici in grado di assicurare una crescita reciproca dei protagonisti della conversazione.

Evidentemente, in questi studi spesso si da' per acquisito “cosa” sono e a cosa servono i moderni strumenti della conversazione sociale, contando sul fatto che oggi si sono trasformati nella vera second life delle persone, un prolungamento della loro esistenza quotidiana, dove esprimere liberamente il proprio pensiero o – sempre liberamente – acquisire dati, informazioni e conoscenze per la crescita personale (almeno nelle buone intenzioni iniziali).

Eppure, soprattutto per la Chiesa e i cattolici, può essere utile ritornare su questo secondo elemento del fenomeno, ed estendere la riflessione su cosa ci facciano le persone sui social network, quanto tempo vi trascorrono e, soprattutto, quanto bene è possibile trarre – e moltiplicare – da essi.

Prendere consapevolezza del fatto che lì la gente trascorre parte del proprio tempo, che su quelle piattaforme le persone si informano e in quell'ambiente fanno amicizia, entrano in contatto con individui e mondi diversi dai loro, “costruiscono” un loro modo di pensare e agire... è sicuramente la forma migliore anche per diluire quel timore fisiologico che spesso, come evangelizzatori che pure vorrebbero percorrere tutte le strade possibili, ci rende “inattivi” (digitalmente parlando).

Nella Evangelii Gaudium, Papa Francesco lo dice chiaramente: bisogna uscire all'incontro delle persone, dovunque esse si trovino, a maggior ragione in quei luoghi che probabilmente non abbiamo mai visitato – per distanza, per timore, perché sconosciuti – e portare a loro la gioia della fede che abbiamo sperimentato nelle nostre vite.

Sui social network le persone ci stanno eccome, giovani e adulti (fenomeno molto in crescita), spesso “costretti” a esperienze deludenti, poiché vincolati a leggere solo cose negative o espressioni di rabbia. E magari erano lì alla ricerca di qualcosa che desse loro speranza per cominciare un nuovo giorno, con un sorriso o un semplice incoraggiamento, confrontandosi con i propri “simili” in questo ambiente secondario della propria vita.

Come si vede, anche in questo caso c'è tanto lavoro da fare, tanto terreno da arare, tanto bene da seminare! Perciò bisogna abitare queste “periferie”, caratterizzarle con la propria presenza, superare quello stato di inattività digitale che ci fa guardare a questi ambienti solo come a qualcosa di esotico e lontano. Ne parliamo, ci piacerebbe esserci, ma poi ammainiamo la bandiera dicendo che non fa per noi.

Invece, va riscoperto anche in questo caso quel mai dimenticato “non abbiate paura” di San Giovanni Paolo II: non abbiamo paura di “perdere tempo” su piattaforme che sembrano “un gioco per ragazzi”; almeno, facciamolo per quei “ragazzi"!

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