"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

sabato 29 aprile 2017

#PapaFrancesco per i 150 anni dell'Azione Cattolica in 30 tweet


1. Il carisma dell'AC è il carisma della stessa Chiesa incarnata profondamente nell'oggi e nel qui di ogni Chiesa diocesana.

2. L'apostolato deve essere il tratto distintivo ed è la zampa che si poggia per prima.

3. L'apostolato missionario ha bisogno di preghiera, formazione e sacrificio.

4. Formate: offrendo un processo di crescita nella fede, un percorso catechetico permanente orientato alla missione.

5. Pregate: in quella santa estroversione che pone il cuore nei bisogni del popolo, nelle sue sofferenze e nelle sue gioie.

6. Sacrificatevi: ma non per sentirvi più puliti, il sacrificio generoso è quello che fa bene agli altri.

7. Offrite il vostro tempo cercando come fare perché gli altri crescano, offrite quello che c'è nelle tasche.

8. L'AC ha il carisma di portare avanti la pastorale della Chiesa.

9. L'AC deve offrire alla Chiesa diocesana un laicato maturo che serva con disponibilità i progetti pastorali in ogni luogo.

10. Dovete incarnarvi concretamente. Non potete essere come quei gruppi tanto universali che non hanno una base in nessun posto.

11. Evitate di cadere nella tentazione perfezionista dell'eterna preparazione per la missione e delle eterne analisi.

12. Che sia la realtà a dettarvi il tempo, che permettiate allo Spirito Santo di guidarvi. 

13. S'impara a evangelizzare evangelizzando, come s'impara a pregare pregando.

14. È molto importante il posto che date alle persone anziane... Come pure i malati.

15. È necessario che l'AC sia presente nel mondo politico, imprenditoriale, professionale (...), ma per servire meglio.

16. È indispensabile che l'AC sia presente nelle carceri, negli ospedali, nelle strade, nelle baraccopoli, nelle fabbriche.

17. Voglio un'AC tra la gente, nella parrocchia, nella diocesi, nel paese, nel quartiere, nella famiglia, nello studio e nel lavoro, nella campagna, negli ambiti propri della vita.

18. Non siate dogane. Non potete essere più restrittivi della stessa Chiesa né più papisti del Papa.

19. Aprite le porte, non fate esami di perfezione cristiana perché così facendo promuoverete un fariseismo ipocrita. 

20. C'è bisogno di misericordia attiva. (...) Tutti hanno diritto a essere evangelizzatori.

21. L'AC non può stare lontano dal popolo, ma viene dal popolo e deve stare in mezzo al popolo. Dovete popolarizzare di più l'AC.

22. I modi di evangelizzare si possono pensare da una scrivania, ma solo dopo essere stati in mezzo al popolo e non al contrario.

23. Ricevere tutti e accompagnarli nel cammino della vita con le croci che portano sulle spalle.

24. Aguzzate la vista per vedere i segni di Dio presenti nella realtà, soprattutto nelle espressioni di religiosità popolare.

25. Il progetto evangelizzatore dell'AC: (...) primerear, cioè prendere l'iniziativa, partecipare, accompagnare, fruttificare e festeggiare.

26. Contagiate con la gioia della fede, che si noti la gioia di evangelizzare in ogni occasione.

27. Siate audaci. (...) Incoraggiate i vostri membri ad apprezzare la missione corpo a corpo causale.

28. Non clericalizzate il laicato. (...) Non dimenticatevi però di impostare il tema vocazionale con serietà.

29. Dovete essere luogo di incontro per il resto dei carismi istituzionali e dei movimenti che ci sono nella Chiesa senza paura di perdere identità.

30. La passione cattolica, la passione della Chiesa è vivere la dolce e confortante gioia di evangelizzare.

Qui il video e il testo integrali dell'intervento di Papa Francesco ai partecipanti al Congresso del Forum Internazionale dell'Azione Cattolica, giovedì 27 aprile 2017Domenica 30 aprile il Papa incontra tutte le delegazioni in Piazza San Pietro.

mercoledì 26 aprile 2017

TED Talk di Papa Francesco a #TED2017 in 24 tweet: "quando c'è il 'noi' comincia una #rivoluzione"



1. Il futuro è fatto di te, è fatto cioè di incontri, perché la vita scorre attraverso le relazioni.

2. L'esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro.

3. Anch'io avrei potuto essere tra gli "scartati" di oggi. Perciò nel mio cuore rimane sempre quella domanda: "Perché loro e non io"?

4. Possiamo costruire il futuro solo insieme, senza escludere nessuno.

5. In realtà tutto è collegato e abbiamo bisogno di risanare i nostri collegamenti.

6. Molti oggi, per diversi motivi, sembrano non credere che sia possibile un futuro felice.

7. La felicità si sperimenta solo come dono di armonia di ogni particolare col tutto.

8. Come sarebbe bello se alla crescita delle innovazioni scientifiche e tecnologiche corrispondesse anche una sempre maggiore equità e inclusione sociale!

9. Come sarebbe bello se, mentre scopriamo nuovi pianeti lontani, riscoprissimo i bisogni del fratello e della sorella che mi orbitano attorno!

10. Solo l'educazione alla fraternità, a una solidarietà concreta, può superare la "cultura dello scarto".

11. La storia del Buon Samaritano è la storia dell'umanità di oggi.

12. Sul cammino dei popoli ci sono ferite provocate dal fatto che al centro c'è il denaro, ci sono le cose, non le persone.

13. C'è l'abitudine spesso di chi si ritiene "per bene", di non curarsi degli altri, lasciando tanti esseri umani, interi popoli, indietro, a terra per la strada.

14. C'è però anche chi dà vita a un mondo nuovo, prendendosi cura degli altri, anche a proprie spese.

15. Abbiamo tanto da fare, e dobbiamo farlo insieme.

16. Nella notte dei conflitti che stiamo attraversando, ognuno di noi può essere una candela accesa.

17. Per noi cristiani il futuro ha un nome e questo nome è speranza. (...) La speranza è la porta aperta sull'avvenire.

18. Basta un solo uomo perché ci sia speranza, e quell'uomo puoi essere tu.

19. Quando c'è il noi comincia una rivoluzione. (...) La rivoluzione della tenerezza.

20. La tenerezza significa usare le mani e il cuore per accarezzare l'altro.

21. Si, la tenerezza è la strada che hanno percorso gli uomini e le donne più coraggiosi e forti.

22. Non è debolezza la tenerezza, è fortezza. È la strada della solidarietà, la strada dell'umiltà.

23. Quanto più sei potente, quanto più le tue azioni hanno un impatto sulla gente, tanto più sei chiamato a essere umile.

24. Abbiamo bisogno gli uni degli altri.




martedì 21 marzo 2017

Videomessaggio di #PapaFrancesco per la #GMG 2017


Cari giovani... "la Chiesa e la società hanno bisogno di voi. Con il vostro approccio, con il coraggio che avete, con i vostri sogni e ideali, cadono i muri dell’immobilismo e si aprono strade che ci portano a un mondo migliore, più giusto, meno crudele e più umano".


domenica 5 marzo 2017

Riflessioni intorno al vaticanismo e possibili nuovi slanci


La nascita di una iniziale forma “strutturata” di vaticanismo per come lo intendiamo noi oggi può essere fatta risalire agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso, sotto il pontificato di Pio XI, quando venne organizzato un primo embrione di sala stampa vaticana. Era la famosa "banda Pucci" – dal nome del prelato della Segreteria di Stato, Enrico, che l'aveva costituita –ad occuparsi di stilare le prime note informative vaticane e passarle ad agenzie e giornali.

Facendo un calcolo aritmetico, e considerando pressappoco un ventennio per ciascun salto generazionale, possiamo dire di essere giunti alla 5ª generazione di vaticanisti; una genealogia professionale, insomma, che è "sopravvissuta", fino ad oggi, a 8 pontificati...

Questa circostanza temporale può essere un valido motivo per porsi qualche domanda sullo stato della professione, e provare a ipotizzare possibili nuovi slanci.

A che cosa servono le fonti

Vorrei partire dal tema delle fonti. Lasciando da parte quali sono, come ottenerle e come curarle mi soffermerò piuttosto a riflettere su "a che cosa servono".

Una prima domanda che viene da pormi è la seguente: le fonti, in questo ambito dell’informazione religiosa, servono per raccontare l'istituzione Chiesa (il suo sviluppo, il suo dinamismo, i progressi, in definitiva le novità che la riguardano) o piuttosto i retroscena (ciò che è sconosciuto ai più, ciò che è spesso difficile da provare, ciò che in definitiva può non essere vero ma è verosimile)?

E la risposta che mi do è che la diffusione/pubblicazione del solo retroscena, isolato da ogni contesto e presentato in solitudine, non dovrebbe assurgere al rango di informazione; siamo infatti di fronte ad un dato parziale, che sfugge al racconto generale di un avvenimento o di un cambiamento in atto, e serve soltanto, nel migliore dei casi, a sparare nel mucchio o a solleticare curiosità.

Raccontare la complessità

Lo stesso retroscena, 99 volte su 100, è fatto di contenuti negativi, certamente parziale rispetto alla complessità dell’Istituzione nel suo insieme e per le eventuali persone che vi sono coinvolte. Eppure, la vera sfida non è raccontare le "cose brutte" della Chiesa (del Papa, della Curia, dei Vescovi e giù a scendere fino al sagrestano), il difficile è raccontare la complessità di un’istituzione millenaria che risponde alle molteplici inquietudini della società in tutto il mondo. Piuttosto che appiattirsi sulle bad news, che richiamano di per sé l’attenzione in modo istintivo, occorre invece portare in primo pianole informazioni rilevanti, anche quelle che di primo acchito non sembrano interessare a nessuno, eppure sono quelle con cui interpretare la realtà in cui viviamo con uno sguardo più profondo e adeguato alle situazioni di oggi.

Cercarle costa, e richiede di "uscire"...

Uscire… dal Vaticano

Uscire, innanzitutto, ...dal Vaticano, quindi dallo strettamente istituzionale. Superare cioè una concezione della professione dell'informatore religioso per la quale siamo solo interessati alle beghe di palazzo, a ciò che accade al di là delle Mura, e ci preoccupiamo quasi niente di ciò che avviene invece al di qua del Tevere.

Questa "uscita" coinvolge anche i nostri schemi mentali... e ci chiama a guardare le cose con una visione più ampia; ad ascoltare di più e a giudicare di meno – direbbe Papa Francesco – e non per moralismo, ma per correttezza professionale: prima di poter raccontare, devo aver compreso un minimo dei fatti che voglio narrare, e per comprenderli bene devo mettermi all'ascolto, azionare i sensi (vedere?), avvicinarmi il più possibile. Se resto chiuso nella mia torre d'avorio, non rendo un buon servizio né agli altri né a me stesso.

Guardare al popolo

Nel caso della Chiesa, non possiamo prescindere dal fatto che ci troviamo di fronte ad una realtà duplice, che ha una componente istituzionale (il Vaticano e le sue gerarchie) e una componente umana e spirituale (il Popolo di Dio, la gente della strada e la sua fede). Come vaticanisti oggi dovremmo guardare senz’altro ad entrambe, ma forse un po' di più al popolo, a coloro che edificano la Chiesa con la loro carne. Devo dare atto a Luigi Accattoli di aver intrapreso,da tempo immemore, questo tipo di esperienza, raccogliendo quelle belle “storie di Vangelo” da uomini e donne della strada, che testimoniano veramente ciò che dicono di professare, e che lui ha raccolto in diverse pubblicazioni.

Uscire significa anche verificare quanto l'indirizzo del Magistero attecchisce in mezzo a questo popolo, e dove particolarmente, fosse pure in Africa o ad Haiti.

Opinioni a tutti i costi

Si dice spesso che la gente non legga, che il numero delle tirature sia in perenne erosione, il mondo editoriale alla deriva; c'è insomma crisi di lettori. Ma siamo sicuri che le cose stiano veramente in questi termini? Piuttosto, leggendo alcune cronache e vedendo certi modi di fare informazione, mi viene il dubbio che ci sia crisi di... scrittori. Gli stessi scrittori che dovrebbero piuttosto “uscire”,come accennavamo prima.

Se vogliamo riconquistare il lettore, forse dobbiamo imparare a rifuggire dalla tentazione del fare opinione a tutti i costi e spesso a buon mercato. Un giornalista che fa solo l'opinionista ha smesso di cercare i fatti, le storie, e la sua "opinione", se è in buona fede, è pur sempre limitata, perché non è più irrorata dal necessario contesto che ti porta –per  continuare l’esempio– fuori dalla tua torre d'avorio.

Voglio dire, è giusto esprimere opinioni, meno giusto è semplificare la realtà in base alla propria limitata esperienza. Ripeto: non c'è nulla di male a comunicare agli altri il proprio punto di vista personale poiché è una tendenza tipicamente umana. Però semplificare è un modo – sbrigativo, direi– per aver meno paura della complessità e della libertà e così non assumersi alcuna responsabilità concreta.

Lasciarsi interrogare dai dubbi (quelli veri!)

Allora dovremmo imparare ad accontentarci un po' meno di ciò che ci viene dalla nostra esperienza che, per quanto illuminata, è pur sempre limitata.Sintetizzando in slogan ciò che ho detto, occorre imparare a: 1) capire oltre le apparenze; 2) pensare di non essere mai arrivati; 3) lasciarsi interrogare dai dubbi (quelli veri!).

Tornando Oltretevere e al Papa: per chi crede Egli è una guida ed è il pastore che conduce il gregge, successore del primo degli Apostoli e Vicario di Cristo; per chi non crede è il leader di 1 miliardo e 300 milioni di cattolici nel mondo: in entrambi i casi merita rispetto!

Quanto alla fonte primaria dell'istituzione Chiesa, possiamo dire che con gli anni è diventata un po’ più trasparente; ultimamente forse un po' più tempestiva; e sicuramente cerca di aggiornarsi continuamente per migliorare...

Non esistono fake news

La sfida per noi giornalisti, piuttosto, è quella di rendere fruibile quella fonte, senza alterarla, al di fuori dei canali ufficiali: se il Papa ha detto "ciao Pippo", ed ho la possibilità di verificare che effettivamente l'ha detto, potrà non piacermi, potrò non essere d'accordo, ma del Papa sempre il suo "ciao Pippo" devo trasmettere, altrimenti – professionalmente – sto barando...

E probabilmente sto alimentando – e così mi collego al punto successivo – quel bacino di fake-news di cui oggi il mondo, anche quello professionale, sembra tanto lamentarsi. Ma a lungo andare, per il tanto parlarne e il poco applicare, pure le fake-news si stanno convertendo piuttosto in qualcosa di fashion, perché se le cito o le condanno fa trendy.

Allora dirò una cosa un po’ fuori dal coro: le fake-news non esistono! Una notizia o “è” ed è vera,oppure “non è”. E se “non è”, non esiste e non può neanche essere falsa. È tutta un’altra cosa: manomissione, inganno, un testo che scimmiotta l’informazione e la notizia… la possiamo chiamare come vogliamo, ma proviamo a recuperare anche l’importanza del linguaggio, in modo da riconquistare la dignità del lavoro che facciamo.

Fonti confidenziali

Un campanello d’allarme che ci deve far riflettere, visto che parliamo di fonti, è legato a tutto quel mondo delle interviste o rivelazioni concesse off–the-record (in via confidenziale). Se quello che mi stanno raccontando è “scottante”, io mi domanderei sempre: perché questo Cardinale o funzionario di Curia lo sta dicendo proprio a me? E perché se la cosa merita attenzione, la sta rivelando in maniera anonima? In questo caso io proverei ad ascoltare – cosa che comunque devo sempre fare – la cosiddetta “terza campana”.

Ciò non toglie che quelle informazioni che ho appena acquisito, casomai in forma anonima, mi servano come contesto per comprendere meglio quale sia il clima che si respira nei sacri palazzi. Ma se butto in pagina questo presunto dato scottante, isolato da tutto il resto, mi sto rendendo probabilmente complice di un regolamento di conti, o nella migliore delle ipotesi di un pettegolezzo da comari.

Il ruolo dei social

Oggi si parla tanto dei social e della rivoluzione che questi hanno portato anche nell’ambito dell’informazione. Sappiamo bene, se guardiamo alle ultime statistiche, che circa il 35% delle persone oggi si informa principalmente attraverso Facebook e solo occasionalmente ricorre ai giornali. Si dice pure che sono proprio i social i maggiori diffusori delle cosiddette bufale.

Se riflettiamo un attimo, possiamo convenire che non può essere colpa del contenitore; farlo sarebbe allontanare il problema e ritirarsi (ancora una volta) nella propria torre d’avorio delle comodità. Il contenitore “vive” di quello che ci mettiamo dentro. E a riempirlo siamo noi, liberamente: nessuno ci obbliga a postare, infatti, una foto che ci ritrae o una dichiarazione d’amore.

Allora sopraggiunge la sfida, e una domanda: che uso vogliamo fare dei social? Intanto, per il giornalista, consultarli significa ampliare il proprio campo di indagine, perché è come avere a portata di mano un’agenzia di stampa 24 ore al giorno, e questo è sicuramente un regalo.

Per quanto riguarda il problema delle bufale o delle informazioni non verificate, si apre un vasto mondo in cui operare: portare anche in questo ambiente quel contributo di interpretazione della realtà, soppesando dati e ampliando il contesto, fornendo documentazione e approfondendo le discussioni, oltre ad avere un dialogo diretto e “senza filtri” con i lettori o con i protagonisti delle vicende che potremmo/vorremmo raccontare.

Una professione cambiata

Senza dubbio, grazie ai social – e per fortuna o purtroppo, direbbe qualcuno –, la professione è cambiata. Dal momento che tutti siamo abilitati ad acquisire globalmente dati e contenuti, ciò dimostra che non esistono più (forse perché non ce n’è più bisogno) i cosiddetti mediatori in senso classico, coloro che si frapponevano tra l’accaduto e il destinatario dell’informazione, presentandone una propria versione. Oggi ciascuno raggiunge direttamente “il luogo dell’accaduto” e ne legge i risvolti secondo la sua sensibilità.

Qui però subentra una necessità, ed è quella dell’educazione. Educare le persone, i cittadini, a “leggere” la realtà; educare se stessi, in quanto professionisti dell’informazione, a saperla leggere e raccontare. Educare la propria capacità “visiva” (di comprensione), educare a fornire le necessarie chiavi di lettura.

Formare e accompagnare le persone



Insomma, in questo nuovo contesto comunicativo e informativo siamo chiamati a formare le persone, ad accompagnarle, a chiarire loro i dubbi piuttosto che alimentarli, a semplificare i dati complessi. Noi non parteggiamo, offriamo piste interpretative per comprendere meglio.

Poiché non siamo più “padroni” dell’informazione, il nostro contributo di tempo ed energie deve essere disinteressato; dobbiamo amare la verità, che però è sempre più ampia rispetto a noi, non siamo noi! Può tornare utile leggersi o rileggersi, per chi lo avesse già fatto, il Manifesto della comunicazione non ostile firmato a Trieste il 17 febbraio. Si tratta di 10 spunti consapevoli e altrettante applicazioni pratiche – per qualcuno forse scontati – che possono orientare la professione.

Non l'aizzatore di tifoserie precostituite

Ogni tanto, quindi, fa bene esercitarsi a lottare contro possibili atteggiamenti patetici e autoreferenziali; a superare quei tic che ci rendono monotematici nei racconti della realtà che facciamo o unidirezionali rispetto ai soggetti su cui scriviamo. Il giornalista non è un aizzatore di tifoserie precostituite e pre-elaborate. Piuttosto, è uno che “rombe le bolle”, per usare un termine social, uno che aiuta ad uscire da quelle famose echo chambers (stanze degli echi) dove siamo già tutti d’accordo e ci osanniamo a vicenda.

Ecco, questo intendo quando faccio riferimento agli educatori e all’educazione in ambito informativo. Un lavoro da veri artigiani.

Nostalgia del “garzone”

Termino. A proposito di artigianato, duole dirlo, ma un’altra consapevolezza che dobbiamo assumere, se guardiamo allo stato odierno della professione giornalistica – e a tutte le professioni in generale–, lo dico con il massimo rispetto per tutti, è che negli anni è andata scemando la figura del garzone, colui che nella bottega dell’artigiano trascorreva la giovinezza per imparare il mestiere e, una volta che il mastro si ritirava per godersi la pensione, ne rilevava l’attività e soprattutto l’esperienza.

Forse sarebbe il caso di provare a riallacciare questo cordone ombelicale reciso, desiderando lasciare eredi, provando ad essere un po’ meno gelosi della propria esperienza e un po’ più educatori, formatori, insomma maestri nella professione.

Solo così potremmo dire di aver contribuito a cambiare un pezzo di mondo.

venerdì 17 febbraio 2017

Artigiani di una comunicazione fragrante e buona, come il pane che nutre


Quando abbiamo avviato questo blog, durante il pontificato di Benedetto XVI, avevamo chiaro lo scopo: farci “alleati e seminatori di buone notizie”, come riporta giustamente il motto sotto la testata.

Il motivo lo avevamo spiegato qui. E lo abbiamo ribadito una volta eletto Papa Francesco qui.

Ecco perché il Messaggio per la 51ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali non ci ha colti di sorpresa; piuttosto, ci ha confermati nel nostro compito di annunciatori delle cose buone e delle cose belle. O, come riporta lo stesso Messaggio, comunicatori di “speranza e fiducia nel nostro tempo”.

Una sfida e un compito

Per chi avrà la pazienza di leggerlo, noterà che anche in questa occasione il Papa consegna a tutti i comunicatori, ma in fondo anche a chi non lo è, una sfida e un compito.

La prima consiste, innanzitutto, nell’invertire la logica che ci vuole ormai abituati “a fissare l’attenzione sulle ‘cattive notizie’ (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane)”, oltrepassando dunque “quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra” e ci rende apatici, impauriti e disillusi. Ciò significa anche cambiare il proprio paradigma esistenziale, nutrendo maggiore “speranza” (“la più umile tra le virtù”) in un domani sicuramente migliore.

Quanto al compito, Papa Francesco lo configura come una sorta di artigianato. Parla dei comunicatori, infatti, come di quegli incaricati del “mulino”, che hanno la possibilità di “decidere se macinarvi grano o zizzania”. L’ideale sarebbe preparare “un pane fragrante e buono” (comunicazione costruttiva che rifiuta i pregiudizi e favorisce una cultura dell’incontro) e inforcare “occhiali” buoni e “giusti”, per guardare alla realtà “con consapevole fiducia”.

La bellezza di tutto ciò sta nel fatto che ciascuno di noi diventa in qualche modo protagonista in questa chiamata a vivere e a descrivere la realtà nello “scenario di una possibile buona notizia”. Buona notizia che, per chi crede, è in definitiva la persona stessa di Gesù Cristo.

Con ciò, il Papa parla ai comunicatori ma in fondo parla anche a ciascun fruitore dell’informazione, e quindi a tutti. Dal momento che tutti siamo abilitati (vedi smartphone, social media, ecc.) ad acquisire globalmente dati e contenuti, a ciascuno è richiesto di cercare il bene e farsene diffusore, laddove esercita il proprio vissuto quotidiano, qualunque sia l’ambiente fisico o virtuale (?) che frequenta.

In fondo, tutto questo dimostra ancora una volta – e la Chiesa lo assume con assoluta consapevolezza – che non esistono più (e forse perché non ne abbiamo più bisogno) i mediatori in senso classico, coloro che si frapponevano tra l’accaduto e il destinatario dell’informazione, presentandone una propria versione. Ciascuno raggiunge direttamente il “luogo dell’accaduto” e ne legge (pensiamo agli occhiali) i risvolti secondo la sua sensibilità.

Qui però sopraggiunge una necessità, ed è quella dell’educazione. Educare a leggere, educarsi a saper leggere. Educare la propria capacità “visiva” (di comprensione della realtà), educare a fornire le necessarie chiavi di lettura. Perché la lettura della realtà – dice il Papa – deve generare speranza.

Seguendo questa prospettiva, il comunicatore non è più dunque il mediatore di cui avevamo bisogno nel passato, ma si converte in educatore. E cosa è l’educazione in ambito comunicativo e informativo se non quell’artigianato del sapere, che insegna fin da piccoli a saper assumere il pane buono della conoscenza, a lavorare le farine migliori con la giusta dose di acqua e sale (mescolare contenuti) e produrre così un pasto gustoso e fragrante, proprio come chiede Francesco?

sabato 14 gennaio 2017

#Synod18, 3 verbi per indirizzare il cammino della Chiesa con i giovani


Entrano nel vivo i lavori di preparazione del prossimo Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà nell'ottobre del 2018 e che Papa Francesco ha voluto dedicare ai giovani.

Dal documento preparatorio diffuso nei giorni scorsi risaltano in particolare 3 verbi per ciò che riguarda l'azione pastorale che la Chiesa vuole intraprendere con i giovani, per accompagnarli in questo "tempo segnato dall'incertezza, dalla precarietà, dall'insicurezza".

Una sfida ritenuta seria dove si evince chiaramente che il futuro è adesso!

3 verbi "che nei Vangeli connotano il modo con cui Gesù incontra le persone del suo tempo".

Innanzitutto Uscire

"Accompagnare i giovani richiede di uscire dai propri schemi preconfezionati, incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi; significa anche prenderli sul serio nella loro fatica a decifrare la realtà in cui vivono e a trasformare un annuncio ricevuto in gesti e parole, nello sforzo quotidiano di costruire la propria storia e nella ricerca più o meno consapevole di un senso per le loro vite".

"Uscire, anzitutto da quelle rigidità che rendono meno credibile l'annuncio della gioia del Vangelo, dagli schemi in cui le persone si sentono incasellate e da un modo di essere Chiesa che a volte risulta anacronistico. Uscire è segno anche di libertà interiore da attività e preoccupazioni abituali, così da permettere ai giovani di essere protagonisti. Troveranno la comunità cristiana attraente quanto più la sperimenteranno accogliente verso il contributo concreto e originale che possono portare".

Il secondo verbo è Vedere

"Uscire verso il mondo dei giovani richiede la disponibilità a passare del tempo con loro, ad ascoltare le loro storie, le loro gioie e speranze, le loro tristezze e angosce, per condividerle: è questa la strada per inculturare il Vangelo ed evangelizzare ogni cultura, anche quella giovanile. Quando i Vangeli narrano gli incontri di Gesù con gli uomini e le donne del suo tempo, evidenziano proprio la sua capacità di fermarsi insieme a loro e il fascino che percepisce chi ne incrocia lo sguardo. È questo lo sguardo di ogni autentico pastore, capace di vedere nella profondità del cuore senza risultare invadente o minaccioso; è il vero sguardo del discernimento, che non vuole impossessarsi della coscienza altrui né predeterminare il percorso della grazia di Dio a partire dai propri schemi".

Infine, Chiamare

"Nei racconti evangelici lo sguardo di amore di Gesù si trasforma in una parola, che è una chiamata a una novità da accogliere, esplorare e costruire. Chiamare vuol dire in primo luogo ridestare il desiderio, smuovere le persone da ciò che le tiene bloccate o dalle comodità in cui si adagiano. Chiamare vuol dire porre domande a cui non ci sono risposte preconfezionate. È questo, e non la prescrizione di norme da rispettare, che stimola le persone a mettersi in cammino e incontrare la gioia del Vangelo".

Chi sono i destinatari?

"Tutti i giovani, nessuno escluso".

E proprio a loro Papa Francesco ha indirizato, per l'occasione, una lettera: "Ho voluto che foste voi al centro dell'attenzione perché vi porto nel cuore".

"Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori".

lunedì 21 novembre 2016

Cosa resta del Giubileo: i punti essenziali della Lettera apostolica di Papa Francesco


Riassumiamo in 20 punti l'essenza della Lettera apostolica Misericordia et misera, firmata da Papa Francesco a conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia, il 20 novembre 2016. Il documento, come in precedenti occasioni, è una sorta di bilancio dell'Anno Santo trascorso ma rappresenta anche l'eredità spirituale e programmatica per l'immediato futuro della Chiesa.

1. L'amore sovrasta il peccato

Al centro non c’è la legge e la giustizia legale, ma l’amore di Dio, che sa leggere nel cuore di ogni persona, per comprenderne il desiderio più nascosto, e che deve avere il primato su tutto. (...) Una volta che si è rivestiti della misericordia, anche se permane la condizione di debolezza per il peccato, essa è sovrastata dall’amore che permette di guardare oltre e vivere diversamente. (MM, 1)

2. Nessuno può porre condizioni

Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono. È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato. (MM, 2)

3. Testimoni di speranza e gioia vera

La gioia del perdono è indicibile, ma traspare in noi ogni volta che ne facciamo esperienza. All’origine di essa c’è l’amore con cui Dio ci viene incontro, spezzando il cerchio di egoismo che ci avvolge, per renderci a nostra volta strumenti di misericordia. (...) Il vuoto profondo di tanti può essere riempito dalla speranza che portiamo nel cuore e dalla gioia che ne deriva. (MM, 3)

4. Vento impetuoso che cambia la vita

Come un vento impetuoso e salutare, la bontà e la misericordia del Signore si sono riversate sul mondo intero. E davanti a questo sguardo amoroso di Dio che in maniera così prolungata si è rivolto su ognuno di noi, non si può rimanere indifferenti, perché esso cambia la vita. (MM, 4)

5. Viverla per comunicarla

Comunicare la certezza che Dio ci ama non è un esercizio retorico, ma condizione di credibilità del proprio sacerdozio. Vivere, quindi, la misericordia è la via maestra per farla diventare un vero annuncio di consolazione e di conversione nella vita pastorale. L’omelia, come pure la catechesi, hanno bisogno di essere sempre sostenute da questo cuore pulsante della vita cristiana. (MM, 6)

7. Parola celebrata, conosciuta e diffusa

È mio vivo desiderio che la Parola di Dio sia sempre più celebrata, conosciuta e diffusa, perché attraverso di essa si possa comprendere meglio il mistero di amore che promana da quella sorgente di misericordia. (...) Sarebbe opportuno che ogni comunità, in una domenica dell’Anno liturgico, potesse rinnovare l’impegno per la diffusione, la conoscenza e l’approfondimento della Sacra Scrittura: una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo. (MM, 7)

8. Ancora Missionari della Misericordia

Esprimo la mia gratitudine ad ogni Missionario della Misericordia per questo prezioso servizio offerto per rendere efficace la grazia del perdono. Questo ministero straordinario, tuttavia, non si conclude con la chiusura della Porta Santa. Desidero, infatti, che permanga ancora, fino a nuova disposizione, come segno concreto che la grazia del Giubileo continua ad essere, nelle varie parti del mondo, viva ed efficace. (MM, 9)

9. Sacerdoti preparati e accoglienti

Ai sacerdoti rinnovo l’invito a prepararsi con grande cura al ministero della Confessione, che è una vera missione sacerdotale. Vi ringrazio sentitamente per il vostro servizio e vi chiedo di essere accoglienti con tutti; testimoni della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; solleciti nell’aiutare a riflettere sul male commesso; chiari nel presentare i principi morali; disponibili ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; lungimiranti nel discernimento di ogni singolo caso; generosi nel dispensare il perdono di Dio. (MM, 10)

10. Non c'è legge né precetto...

Non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da Lui riconoscendo di avere sbagliato, ma deciso a ricominciare da capo. Fermarsi soltanto alla legge equivale a vanificare la fede e la misericordia divina. (...) Il Sacramento della Riconciliazione ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana; per questo richiede sacerdoti che mettano la loro vita a servizio del «ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18) in modo tale che, mentre a nessuno sinceramente pentito è impedito di accedere all’amore del Padre che attende il suo ritorno, a tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono. (MM, 11)

11. Aborto è grave peccato, ma Dio accoglie cuore pentito

In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. (...) Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione. (MM, 12)

12. Asciugare le lacrime

Quanto dolore può provocare una parola astiosa, frutto dell’invidia, della gelosia e della rabbia! Quanta sofferenza provoca l’esperienza del tradimento, della violenza e dell’abbandono; quanta amarezza dinanzi alla morte delle persone care! Eppure, mai Dio è lontano quando si vivono questi drammi. Una parola che rincuora, un abbraccio che ti fa sentire compreso, una carezza che fa percepire l’amore, una preghiera che permette di essere più forte... sono tutte espressioni della vicinanza di Dio attraverso la consolazione offerta dai fratelli. (...) A volte, anche il silenzio potrà essere di grande aiuto; perché a volte non ci sono parole per dare risposta agli interrogativi di chi soffre. (MM, 13)

13. Discernimento spirituale attento

La nostra vita, con le sue gioie e i suoi dolori, è qualcosa di unico e irripetibile, che scorre sotto lo sguardo misericordioso di Dio. Ciò richiede, soprattutto da parte del sacerdote, un discernimento spirituale attento, profondo e lungimirante perché chiunque, nessuno escluso, qualunque situazione viva, possa sentirsi concretamente accolto da Dio, partecipare attivamente alla vita della comunità ed essere inserito in quel Popolo di Dio che, instancabilmente, cammina verso la pienezza del regno di Dio, regno di giustizia, di amore, di perdono e di misericordia. (MM, 14)

14. Porta sempre spalancata

Termina il Giubileo e si chiude la Porta Santa. Ma la porta della misericordia del nostro cuore rimane sempre spalancata. (...) Per sua stessa natura, la misericordia si rende visibile e tangibile in un’azione concreta e dinamica. Una volta che la si è sperimentata nella sua verità, non si torna più indietro: cresce continuamente e trasforma la vita. (...) La misericordia rinnova e redime, perché è l’incontro di due cuori: quello di Dio che viene incontro a quello dell’uomo. Questo si riscalda e il primo lo risana: il cuore di pietra viene trasformato in cuore di carne (cfr Ez 36,26), capace di amare nonostante il suo peccato. (MM, 16)

15. Tanti segni concreti di bontà e tenerezza

Anche se non fanno notizia, esistono tuttavia tanti segni concreti di bontà e di tenerezza rivolti ai più piccoli e indifesi, ai più soli e abbandonati. Esistono davvero dei protagonisti della carità che non fanno mancare la solidarietà ai più poveri e infelici. Ringraziamo il Signore per questi doni preziosi che invitano a scoprire la gioia del farsi prossimo davanti alla debolezza dell’umanità ferita. (MM, 17)

16. Spazio alla fantasia

È il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia. La Chiesa ha bisogno di raccontare oggi quei «molti altri segni» che Gesù ha compiuto e che «non sono stati scritti» (Gv 20,30), affinché siano espressione eloquente della fecondità dell’amore di Cristo e della comunità che vive di Lui. (MM, 18)

17. Scacciare indifferenza e ipocrisia

Il carattere sociale della misericordia esige di non rimanere inerti e di scacciare l’indifferenza e l’ipocrisia, perché i piani e i progetti non rimangano lettera morta. Lo Spirito Santo ci aiuti ad essere sempre pronti ad offrire in maniera fattiva e disinteressata il nostro apporto, perché la giustizia e una vita dignitosa non rimangano parole di circostanza, ma siano l’impegno concreto di chi intende testimoniare la presenza del Regno di Dio. (MM, 19)

18. Far crescere una cultura della misericordia

Siamo chiamati a far crescere una cultura della misericordia, basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri: una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli. Le opere di misericordia sono “artigianali”: nessuna di esse è uguale all’altra; le nostre mani possono modellarle in mille modi, e anche se unico è Dio che le ispira e unica la “materia” di cui sono fatte, cioè la misericordia stessa, ciascuna acquista una forma diversa. (MM, 20)

19. Preghiera assidua

La cultura della misericordia si forma nella preghiera assidua, nella docile apertura all’azione dello Spirito, nella familiarità con la vita dei santi e nella vicinanza concreta ai poveri. È un invito pressante a non fraintendere dove è determinante impegnarsi. La tentazione di fare la “teoria della misericordia” si supera nella misura in cui questa si fa vita quotidiana di partecipazione e condivisione. (MM, 20)

20. Giornata mondiale dei poveri

Alla luce del “Giubileo delle persone socialmente escluse”, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri. Sarà la più degna preparazione per vivere la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il quale si è identificato con i piccoli e i poveri e ci giudicherà sulle opere di misericordia (cfr Mt 25,31-46). (MM, 21)

venerdì 28 ottobre 2016

Internet, cosa ne pensa la Chiesa in 10 punti

Infografica a cura di Salvatore Burrometo

A quasi 15 anni dai documenti La Chiesa e Internet (CI) e Etica in Internet (EI) dell'allora Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, conviene riprendere alcune di quelle considerazioni che la Chiesa faceva proprie, soprattutto per quanto concerne l'idea della Rete e il suo utilizzo per la missione evangelizzatrice - "esporre il punto di vista cattolico di Internet quale punto di partenza per la partecipazione della Chiesa nel dialogo con altri settori della società, specialmente con altri gruppi religiosi, riguardo all'evoluzione e all'utilizzo di questo meraviglioso strumento tecnologico" (EI, n. 2). Fatti salvi tutti i rischi, i pericoli e le insidie, su cui i due documenti comunque non omettevano di riflettere.

I due testi riprendevano, evidentemente, idee generali sulla comunicazione già espresse dallo stesso Pontificio Consiglio in precedenti documenti, quali ad esempio la Aetatis novae ed Etica nelle Comunicazioni sociali.

1. Risolvere problemi

Questa tecnologia può essere uno strumento per risolvere problemi umani, promuovendo lo sviluppo integrale delle persone, creando un mondo governato da giustizia, pace e amore. (EI, n. 5)

2. Ampliare orizzonti

Internet può aiutare le persone ad usare responsabilmente la libertà e la democrazia, a espandere la gamma di scelte disponibili nei diversi campi della vita, ad ampliare gli orizzonti culturali ed educativi, a eliminare le divisioni, a promuovere lo sviluppo umano in una moltitudine di modi. (EI, n. 9)

3. Giornalismo onesto

Internet è uno strumento di informazione molto efficiente e rapido. Tuttavia la competitività economica e la presenza giorno e notte del giornalismo on-line contribuiscono anche al sensazionalismo e alla diffusione del pettegolezzo, alla mescolanza di notizie, pubblicità e spettacolo, e a una diminuzione, almeno apparente, delle cronache e dei commenti seri. Un giornalismo onesto è essenziale per il bene comune delle nazioni e della comunità internazionale. Questi problemi evidenti nella pratica del giornalismo su Internet esigono una soluzione rapida da parte dei giornalisti stessi .(EI, n. 13)

4. Comprensione reciproca

Un problema per molti è l'incredibile quantità di informazioni su Internet, di gran parte delle quali non ci si preoccupa di controllare se siano giuste e appropriate. Siamo preoccupati anche per il fatto che gli utenti di Internet utilizzano la tecnologia che permette di creare notizie su comando, semplicemente per fabbricare barriere elettroniche contro idee poco familiari. Ciò non sarebbe salutare in un mondo pluralistico nel quale è necessaria una crescente comprensione reciproca fra le persone. (EI, n. 14)

5. Valutare in modo informato e sagace

Le scuole e altre istituzioni e programmi educativi dovrebbero insegnare l'uso perspicace di Internet quale parte di un'educazione mass-mediologica completa, che includa non solo l'acquisizione di abilità tecniche — prime nozioni di informatica e tutto ciò che si supporta ad essa — ma anche l'acquisizione della capacità di valutare in modo informato e sagace i contenuti. (EI, n. 15)

L'educazione e la formazione relative a Internet dovrebbero essere parte di programmi completi di educazione ai mezzi di comunicazione sociale, rivolti ai membri della Chiesa. Per quanto possibile, la programmazione pastorale delle comunicazioni sociali dovrebbe provvedere a questa formazione nell'istruzione dei seminaristi, dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici così come degli insegnanti, dei genitori e degli studenti. (CI, n. 7)

6. Auto-regolamentazione è il metodo migliore

Una regolamentazione di Internet è auspicabile e in linea di principio l'auto-regolamentazione è il metodo migliore. (EI, n. 15)

7. Promuovere prosperità e pace

Internet può offrire un prezioso contributo alla vita umana. Può promuovere la prosperità e la pace, lo sviluppo intellettuale ed estetico, la comprensione reciproca fra i popoli e le nazioni su scala globale. Può anche aiutare gli uomini e le donne nella loro continua ricerca di autocomprensione. (EI, n. 18)

8. Vivere più pienamente la fede

Sebbene la realtà virtuale del ciberspazio non possa sostituire una comunità interpersonale autentica o la realtà dei Sacramenti e della Liturgia o l'annuncio diretto e immediato del Vangelo, può completarli, spingere le persone a vivere più pienamente la fede e arricchire la vita religiosa dei fruitori. Essa è per la Chiesa anche uno strumento per comunicare con gruppi particolari come giovani e giovani adulti, anziani e persone costrette a casa, persone che vivono in aree remote, membri di altri organismi religiosi, che altrimenti non sarebbe possibile raggiungere. (CI, n. 5)

9. Tirarsi indietro è inaccettabile

È importante anche che le persone, a tutti i livelli ecclesiali, utilizzino Internet in modo creativo per adempiere alle proprie responsabilità e per svolgere la propria azione di Chiesa. Tirarsi indietro timidamente per paura della tecnologia o per qualche altro motivo non è accettabile, sopratutto in considerazione delle numerose possibilità positive che Internet offre. (CI, n. 10)

Internet non è soltanto uno strumento di svago e di gratificazione consumistica. È uno strumento per svolgere un'attività utile e i giovani devono imparare a considerarlo e usarlo come tale. Nel ciberspazio, come in ogni altro luogo del resto, i giovani possono essere chiamati ad andare controcorrente, a esercitare controcultura, perfino a subire persecuzione per il vero e il buono. (CI, n. 11)

10. Virtù per un buon uso

È necessaria molta prudenza per individuare con chiarezza le implicazioni, il potenziale di bene e di male di questo muovo mezzo e per affrontare in maniera creativa le sfide che pone e le opportunità che offre.

È necessaria giustizia, in particolare per eliminare il «digital divide», il divario di informazione fra i ricchi e i poveri nel mondo di oggi. Ciò richiede un impegno, in favore del bene comune internazionale e la «globalizzazione della solidarietà».


Sono necessari forza e coraggio. Ciò significa difendere la fede contro il relativismo religioso e morale, l'altruismo e la generosità contro il consumismo individualistico e la decenza contro la sensualità e il peccato.


È necessaria la temperanza, un approccio auto-disciplinato a questo importante strumento tecnologico che è Internet, per utilizzarlo saggiamente e soltanto per fare il bene.
(CI, n. 12)

venerdì 14 ottobre 2016

7 chiavi per capire e rispondere al dramma dei migranti minorenni: parola di Francesco


Elenchiamo, a seguire, sette punti tratti dal Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2017 (15 gennaio), in cui si evidenzia senza mezzi termini il dramma dei migranti minorenni e si offrono alcuni spunti per affrontarlo.

1. Al collo una macina da mulino

«Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt18,6; cfr Mc 9,42; Lc 17,2). Come non pensare a questo severo monito considerando lo sfruttamento esercitato da gente senza scrupoli a danno di tante bambine e tanti bambini avviati alla prostituzione o presi nel giro della pornografia, resi schiavi del lavoro minorile o arruolati come soldati, coinvolti in traffici di droga e altre forme di delinquenza, forzati alla fuga da conflitti e persecuzioni, col rischio di ritrovarsi soli e abbandonati?

2. Problema di tutti

Le migrazioni, oggi, non sono un fenomeno limitato ad alcune aree del pianeta, ma toccano tutti i continenti e vanno sempre più assumendo le dimensioni di una drammatica questione mondiale. Non si tratta solo di persone in cerca di un lavoro dignitoso o di migliori condizioni di vita, ma anche di uomini e donne, anziani e bambini che sono costretti ad abbandonare le loro case con la speranza di salvarsi e di trovare altrove pace e sicurezza. Sono in primo luogo i minori a pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, dalla miseria e dalle condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi. La corsa sfrenata verso guadagni rapidi e facili comporta anche lo sviluppo di aberranti piaghe come il traffico di bambini, lo sfruttamento e l’abuso di minori e, in generale, la privazione dei diritti inerenti alla fanciullezza sanciti dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

3. Il gruppo più vulnerabile

Tra i migranti, invece, i fanciulli costituiscono il gruppo più vulnerabile perché, mentre si affacciano alla vita, sono invisibili e senza voce: la precarietà li priva di documenti, nascondendoli agli occhi del mondo; l’assenza di adulti che li accompagnano impedisce che la loro voce si alzi e si faccia sentire. In tal modo, i minori migranti finiscono facilmente nei livelli più bassi del degrado umano, dove illegalità e violenza bruciano in una fiammata il futuro di troppi innocenti, mentre la rete dell’abuso dei minori è dura da spezzare.

4. Un segno dei tempi

Come rispondere a tale realtà?
Prima di tutto rendendosi consapevoli che il fenomeno migratorio non è avulso dalla storia della salvezza, anzi, ne fa parte. Ad esso è connesso un comandamento di Dio: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20); «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto» (Dt 10,19). Tale fenomeno costituisce
un segno dei tempi, un segno che parla dell’opera provvidenziale di Dio nella storia e nella comunità umana in vista della comunione universale. Pur senza misconoscere le problematiche e, spesso, i drammi e le tragedie delle migrazioni, come pure le difficoltà connesse all’accoglienza dignitosa di queste persone, la Chiesa incoraggia a riconoscere il disegno di Dio anche in questo fenomeno, con la certezza che nessuno è straniero nella comunità cristiana, che abbraccia «ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9). Ognuno è prezioso, le persone sono più importanti delle cose e il valore di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti.

5. Gli approfittatori

Ma la spinta più potente allo sfruttamento e all’abuso dei bambini viene dalla domanda. Se non si trova il modo di intervenire con maggiore rigore ed efficacia nei confronti degli approfittatori, non potranno essere fermate le molteplici forme di schiavitù di cui sono vittime i minori.

6. Soluzioni durature

Rivolgo a tutti un accorato appello affinché si cerchino e si adottino soluzioni durature. Poiché si tratta di un fenomeno complesso, la questione dei migranti minorenni va affrontata alla radice. Guerre, violazioni dei diritti umani, corruzione, povertà, squilibri e disastri ambientali fanno parte delle cause del problema. I bambini sono i primi a soffrirne, subendo a volte torture e violenze corporali, che si accompagnano a quelle morali e psichiche, lasciando in essi dei segni quasi sempre indelebili.

7. Nei Paesi d'origine

È assolutamente necessario, pertanto, affrontare nei Paesi d’origine le cause che provocano le migrazioni. Questo esige, come primo passo, l’impegno dell’intera Comunità internazionale ad estinguere i conflitti e le violenze che costringono le persone alla fuga. Inoltre, si impone una visione lungimirante, capace di prevedere programmi adeguati per le aree colpite da più gravi ingiustizie e instabilità, affinché a tutti sia garantito l’accesso allo sviluppo autentico, che promuova il bene di bambini e bambine, speranze dell’umanità.

martedì 4 ottobre 2016

Papa sui luoghi del terremoto, non esistono macerie che non valgano una rinascita


Papa Francesco prega in silenzio davanti alle macerie di Amatrice, simbolo del terremoto del 24 agosto che ha provocato centinaia di vittime nel Centro Italia.

La lettura che faccio di questa immagine (il Vicario di Cristo vestito di bianco al centro, la strada, le macerie, il campanile nel fondo, lo squarcio della visione d'insieme) è di un cammino verso la rinascita (le strutture materiali, ma anche la forza della fede, dell'amore, della speranza)... e ciascuno può applicare questa lettura alle proprie esistenze.

Più la guardo e più mi commuovo. Troppo umano!


Qui è possibile ascoltare le parole che il Papa ha rivolto ad alcuni presenti: http://chirb.it/hqvvFx.

martedì 13 settembre 2016

Chiesa e informazione vanno a braccetto, da sempre!



Così come non si può informare senza necessariamente attuare un processo comunicativo, potremmo anche dire che non si può prescindere dal trasmettere una informazione quando si parla della Chiesa e della sua missione nel mondo.

Intanto, perché la sua ragione d’essere è proprio la trasmissione di una novità, il Vangelo – la Buona Notizia –, e poi perché gode di una organizzazione istituzionale – alla quale appartengono evidentemente anche tutti e singoli i suoi membri – che ruota attorno alla comunicazione di questo contenuto.

In termini più precisi, parliamo qui del compito e della missione evangelizzatrice che spetta ad ogni battezzato. E che cos’è evangelizzare se non portare a conoscenza – informare – di un altro individuo la novità contenuta appunto nel Vangelo, e cioè la salvezza dell’uomo e del mondo per opera della misericordia di Dio? 

Siamo senz’altro di fronte ad un contenuto di fede, religioso, che però è ricco di spunti legati all’attualità del momento storico che ogni individuo è chiamato a vivere. Certamente, le varie azioni informative che riguardano la Chiesa hanno a loro volta dei “soggetti” che contribuiscono a generare e ad alimentare il processo. Specificamente, possiamo parlare di istituzioni, persone e mezzi.

Le istituzioni

Rientrano tra le istituzioni della Chiesa, ovviamente la Santa Sede con la Curia Romana, le Conferenze Episcopali, le Diocesi, le Parrocchie e tutti gli altri organismi cattolici, a cominciare dagli Istituti di vita consacrata, i movimenti, i gruppi missionari, ecc. 

Il materiale informativo che questi soggetti producono – sia che poi lo trasmettano direttamente attraverso i propri mezzi, sia che vengano ripresi dai mezzi di comunicazione secolari – riguarda ad esempio le dichiarazioni ufficiali (di indole dottrinale, legate ai costumi, al culto, ai riti); le iniziative religiose o assistenziali; la propria organizzazione, ad esempio in termini di crescita e sviluppo (pensando all’erezione di nuove Diocesi o parrocchie); le opere propriamente dette di evangelizzazione o missionarie.

Le persone

In quanto alle persone, sono soggetto (producono) e oggetto (il loro pronunciamento e il loro operato è di interesse per l’opinione pubblica) di informazione, innanzitutto il Papa, in quanto Vescovo di Roma, Vicario di Cristo e “somma istituzione” della Chiesa; i Vescovi, i Parroci, i Superiori Religiosi, il laicato cattolico. 

Le informazioni che questi generano riguardano principalmente il Magistero della Chiesa (pronunciamenti sulla dottrina e sulla fede); la diffusione dell’insegnamento cristiano attraverso l’attività pastorale e la catechesi; l’esempio e la testimonianza di fede mediante gesti e scelte di vita. 

Quest’ultimo punto non sempre è tenuto in debita considerazione, eppure nell’opinione pubblica l’“immagine” è quasi sempre più importante delle parole, soprattutto se c’è in gioco la coerenza, la credibilità e l’affidabilità di chi per propria missione è chiamato ad essere un riferimento – oltreché un richiamo – morale per gli altri.

I mezzi

Infine, ci sono i mezzi, che sono soggetto di informazione per il possesso proprio che la Chiesa ne ha, in quanto, in questo caso, diventano fonti per altri mezzi di comunicazione. Sono invece oggetto di informazione in tutti quei casi in cui la Chiesa si pronuncia dando delle indicazioni magisteriali sul loro utilizzo e le loro finalità. Annunciando, cioè, quel “come dovrebbero essere”, che a partire dal Concilio Vaticano II ha generato una ricca e più influente tradizione.

Per un approfondimento di questi concetti rimando al libro La missione digitale, che ho curato insieme al collega Bruno Mastroianni, e al manuale più dettagliato Teoria e pratica del giornalismo religioso.

lunedì 29 agosto 2016

Nuovi media e vecchi tic: i rischi in agguato per chi naviga in Rete


Con l'avvento dei cosiddetti nuovi media ci siamo incamminati in una “evoluzione mediatica” che ha assunto una velocità elevata negli ultimi anni e che, insieme all’innovazione, ha forse portato anche un po’ di confusione, e sicuramente smarrimento, soprattutto in chi era abituato a processi più lenti e cambiamenti meno travolgenti.

Di che si tratta?

Quando parliamo di nuovi media o media digitali ci riferiamo sostanzialmente a quei mezzi di comunicazione che hanno una correlazione con la tecnologia informatica e si sono sviluppati proprio in conseguenza della sua nascita e diffusione. Questi moderni mezzi si servono, insomma, del contesto digitale e spostano (ampliandola) la prassi comunicativa dal modello unidirezionale o univoco e bidirezionale o molteplice a quello collettivo (many-to-many), favorendo così una simultaneità di conoscenze e di esperienze che vengono condivise, attraverso gli strumenti tecnici appunto.

Quando diciamo “digitale” ci riferiamo al codice digitale, e quindi alle rappresentazioni numeriche che hanno in comune l’uso del computer o di altri sistemi digitali i quali, “mescolando” bit, permettono di partecipare al processo della comunicazione. Tale “mescolamento” è ciò che definisce anche le principali caratteristiche dei nuovi media.

Tra queste è possibile evidenziare, ad esempio, l’elemento di velocità nella trasmissione e comunicazione a distanza; la portata geografica e demografica, e con essa l’accesso illimitato, quantomeno potenziale; l’accuratezza (anch’essa almeno potenziale) dell’informazione trasmessa; la mancanza di limiti spazio-temporali; l’elevato grado di partecipazione; l’interattività, cioè la possibilità di interagire in maniera veloce con testi digitali; la convergenza tra strumenti o tecnologie diversi; il potenziale di memoria, ossia la capacità di conservare le informazioni per una consultazione successiva; l’automazione e così via.

Ambienti di fruizione d'informazione e luoghi di formazione

Ci sembra sbagliato definire un elenco di “nuovi media”, perché significherebbe creare una cesura netta proprio tra “vecchio” e “nuovo” che in realtà l’innovazione tecnologica non realizza. Piuttosto, la novità sta nel perfezionamento delle tecnologie tradizionali non solo da un punto di vista estetico ma anche delle funzionalità offerte.

In sostanza, quello che i nuovi media apportano è l’inclusione di alcune componenti, che migliorano e implementano le caratteristiche dei mezzi tradizionali: pensiamo ad esempio alla TV o all’apparecchio telefonico e come la funzione principale sia comunque preservata, pur affiancata da nuove funzionalità, e generalmente migliorata. Pensiamo anche a come Internet ingloba dentro di sé i tradizionali stampa, radio, televisione e cinema, offrendo un insieme di servizi un tempo impensabili.

Resta chiaro che i media digitali sono diventati degli ambienti di fruizione d’informazione e spazi alternativi alla realtà quotidiana per momenti di svago e tempo libero, ma anche “luogo” di formazione e approfondimento dai quali è ormai impossibile prescindere.
C'è un "però", e sono i rischi in agguato che non si possono ignorare e che aiutano ad assumere un ruolo consapevole della propria presenza nella Rete. Conoscere quali sono i rischi a cui andiamo incontro ci aiuta a impostare meglio il contributo che ciascuno di noi vuole e può dare attraverso i social.

I rischi in agguato: superficialità, overdose informativa, confusione...

Oltre ad essere uno stimolo a esplorare nuovi modi di ideare e fruire storie e accadimenti, che vengono poi diramati attraverso le piattaforme tecnologiche, ci sono delle prassi, nel nuovo sistema mediatico, che di fatto possono comprometterne le finalità o quantomeno il risultato complessivo.

Il rischio più in agguato di tutti è fuor di dubbio la superficialità. Proprio per il modo in cui questi moderni mezzi di comunicazione tecnologica sono concepiti – velocità, immediatezza, concisione (vedi Twitter) –, permettono di cadere nel rischio della semplificazione eccessiva dei contenuti, e di conseguenza del proprio “messaggio”, che può giungere monco o addirittura alterato. Si dirà, ed è vero, che è tipico di questo meccanismo comunicativo il fatto di “rendere tutto più semplice”, ma il legittimo (e a questo punto quasi doveroso) desiderio di “semplificare i concetti” non deve trasformarsi in un’operazione sbrigativa, frettolosa, generica o approssimativa, che sono appunto sinonimi di qualcosa realizzata in maniera semplicistica e perciò superficiale.

Un altro rischio da tener presente è quello della overdose (dis)informativa. Le informazioni sono, come sappiamo, il contenuto per eccellenza che circola in Rete: dall’immissione alla fruizione, è un continuo “navigare” e “approdare” nei porti di ogni latitudine e durante tutto l’arco della giornata. Eppure, molto spesso, alla circolazione di così tante informazioni non corrisponde un’altrettanta adeguata assunzione informativa da parte delle persone.

Saranno pure “informazioni” quelle che circolano, ma ciò che spesso a noi giunge è una babele di dati, opinioni, commenti, sviamenti che ci saziano ma non ci apportano alcunché di “formativo”. Per dirla in termini mangerecci, dopo tutta questa “scorpacciata”, molto spesso sappiamo meno cose di prima, in maniera errata o addirittura opposta all’input iniziale, che è andato smarrito nella lunga, agitata e tempestosa traversata comunicativa.

A questo punto è chiaro che al destinatario finale non è giunto altro che una disinformazione, o per meglio dire una non-informazione, perché l’informazione o c’è, è vera ed è stata acquisita, oppure non è mai esistita.

Collegato ai precedenti, c’è un ultimo consistente rischio, che si spiega da solo ed è conseguenza sia della superficialità che dell’overdose informativa, ed è la confusione. Confuso è il messaggio che arriva a destinazione, che nel frattempo si è sminuito o spezzettato (semplificato) per rispondere ai canoni della nuova comunicazione tecnologica; ugualmente confusi restano i destinatari di tutte queste informazioni, trovandosi di fronte ad un panorama talmente esteso e variegato che non riescono in alcun modo a mettere a fuoco.
La stessa confusione è carburante per la ripartenza di tutto il processo (superficialità-overdose-confusione), e così all’infinito, se non s’interviene per tempo.

Altri rischi (partigianeria, strumentalizzazione, persuasione negativa, ecc.), che non hanno bisogno di commento, sono in un certo senso figli di questi principali che abbiamo esposto, e perciò frutto di una cattiva comprensione del mezzo o di una mancata vigilanza e capacità di stare al di sopra dei fenomeni, per poterli controllare e meglio gestire.

Per un approfondimento di questi concetti rimando al libro La missione digitale, che ho curato insieme al collega Bruno Mastroianni. In un post successivo spiegherò come ovviare a questi rischi e impostare una presenza in Rete significativa e di qualità, che possa servire al bene comune.

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