"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

martedì 24 ottobre 2017

Come nasce e si sviluppa un’intervista del Papa


Che un Papa rilasci interviste è cosa ormai ovvia e risaputa. Ciò a cui non eravamo abituati sono le modalità con cui avviene, negli ultimi tempi, questa frequentazione con i giornalisti da parte di un Pontefice.

Non solo per la frequenza dei contatti e della disponibilità a concedersi alle domande, ma anche per il tipo di testate e di interlocutori a cui Francesco si concede.

Ci sono senz’altro nomi blasonati che hanno l’opportunità di stare a tu per tu con il Papa; basta pensare ai continui colloqui che lo stesso Pontefice intrattiene a Casa Santa Marta con il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, non certo un chierichetto dell’ultima ora.

Ma ci sono anche giornali e bollettini di bassa tiratura, molto locali, come può essere ad esempio il milanese “mensile della strada” Scarp de’ tenis, alle cui domande il Papa ha risposto in occasione della sua visita nella città meneghina.

Senza contare quelle che ormai sono diventate un must nell’ambito dell’informazione religiosa: le interviste concesse in aereo nei voli di ritorno da Viaggi apostolici – e dove non è raro incorrere anche in qualche errata interpretazione delle parole del Papa.

Normalmente, in una strategia comunicativa che possa dirsi efficace, ciò che conta è che il capo conceda interviste soltanto a testate ben piazzate, con grandi tirature, vicine al modo di pensare della dirigenza, che mandano in anticipo le domande e che siano poi disponibili a far rivedere il testo prima della pubblicazione.

Francesco invece anche in questo offre una visione nuova, ed è lui stesso a spiegarla nella Prefazione che ha firmato al libro Adesso fate le vostre domande apparso in questi giorni, edito da Rizzoli e curato dal gesuita Antonio Spadaro.

Il testo raccoglie alcune conversazioni che lo stesso Spadaro ha avuto con il Papa, ma anche dialoghi del Pontefice con gruppi medio piccoli, dove il comune denominatore erano sempre le domande poste da qualcuno e la risposta “improvvisata” del Papa.

Francesco dice una serie di cose interessanti in questa Prefazione, che possiamo riassumere come segue.

Timore – Ad esempio: “ho la faccia tosta, ma sono anche timido”, e racconta che già da Arcivescovo di Buenos Aires aveva “un po’ timore dei giornalisti”, soprattutto “delle cattive interpretazioni di ciò che dico”.

Fiducia – Anche da Papa la sua prima reazione istintiva è stata di incertezza – racconta Francesco – ma poi “sentii che potevo avere fiducia, che dovevo fidarmi”.

Guardare negli occhi – Una cosa a cui non rinuncia è “guardare negli occhi le persone e rispondere alle domande con sincerità”. Questo perché se anche da una parte “non devo perdere la prudenza”, resta fondamentale la fiducia.

Rischio da correre – Francesco non nasconde che questo suo modo di fare “può rendermi vulnerabile, ma è un rischio che voglio correre”.

Necessità – D’altronde, “ho una vera e propria necessità di questa comunicazione diretta con la gente”.

Non una cattedra – Il Papa chiarisce anche che per lui concedere interviste “non è come salire in cattedra”; in fondo i giornalisti “spesso ti fanno le domande della gente”, ed è quel bisogno che lui vuole intercettare.

Linguaggio – Quanto al linguaggio con cui lui risponde, lo ritiene “semplice, popolare”, perché in fondo si tratta di “un dialogo, non una lezione”. E lo fa spontaneamente, “in una conversazione che voglio sia comprensibile, e non con formule rigide”.

Non mi preparo – Poi aggiunge un’affermazione che ai più esperti più sembrare paradossale: “non mi preparo”. E quando riceve in anticipo le domande: “quasi mai le leggo o ci penso sopra”. E ciò perché “per rispondere ho bisogno di incontrare le persone e di guardarle negli occhi”.

Inserirsi nelle conversazioni – La chiosa finale della Prefazione è in fondo il suo programma pastorale: “desidero una Chiesa che sappia inserirsi nelle conversazioni degli uomini, che sappia dialogare”.

Ecco, il Papa sta dicendo che per dialogare bisogna avere fiducia, guardare negli occhi l’interlocutore, non curarsi del rischio di essere fraintesi né salire in cattedra, utilizzando un linguaggio comprensibile, privo di formule rigide. Chissà se forse il segreto sta proprio nel non prepararsi, ma far nascere le risposte dall’incontro con le persone?


Read more: http://www.datamediahub.it/2017/10/24/come-nasce-e-si-sviluppa-unintervista-del-papa/#ixzz4wQ77y8Fy 

giovedì 21 settembre 2017

3 ulteriori considerazioni a margine del caso #Orlandi-#Vaticano


Offro 3 ulteriori brevi considerazioni a margine del caso #Orlandi-#Vaticano degli ultimi giorni, ossia la diffusione del documento #farlocco e del dibattito che ne è seguito.

Sono solo idee da sviluppare, e chiedo scusa per le piste di riflessione aggiunte in parentesi; magari qualcuno può provare a farlo e ci scrive un libro.

1. L'ormai nota #dicotomia "Se è vero, se è falso" - emblema di un giornalismo-non giornalismo che utilizza dati verosimili per costruire una propria teoria funzionale ad altri scopi che non sono quelli di una informazione a favore del bene comune e del diritto dei cittadini a sapere ciò che di vero accade intorno a loro - fa ancora (nel 2017 e con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per verificare, confrontare, crescere in conoscenza, ecc.) comunque (fosse anche uno solo, resta grave) breccia nel cuore e nelle menti di tante persone (spero ignare...). 

La verità passa in secondo piano; la discussione si sposta - e lì resta! - sul nulla vestito da niente.

2. Verso il #Vaticano (questo mondo indescrivibile, pieno di misteri e intrallazzi segreti, da non sapere dove finiscono le cose di Chiesa e dove iniziano le cose di Stato, e viceversa) resta ancora in piedi - nonostante Papa Francesco e forse proprio per questo, almeno in alcuni ambienti - una non tanto malcelata presunzione di colpevolezza, sia per cose che effettivamente "lo" riguardano, sia per altri "misteri". 

Anche qui c'è un motto caratteristico: "anche se il Vaticano non c'entra nulla, proprio perché è strano che non c'entri nulla deve dare le opportune spiegazioni".

Questo discorso evidenzia un problema di #reputazione frutto di tante cose e tante scelte, che prima o poi forse, a livello istituzionale, converrà affrontare. Almeno per il bene del sano giornalismo e della sana editoria.

3. Dal primo momento di questa - ultima, in ordine di tempo - vicenda, non ho smesso mai di pensare a quanto stia #ridacchiando alle spalle nostre (noi intesi come: chi cerca di capire, chi ci soffre davvero, della Chiesa, del buon giornalismo, della sana editoria, dell'interesse nazionale, ecc.) colui o colei che è il vero estensore materiale del documento farlocco, e che nonostante tutte queste discussioni, resta (e probabilmente continuerà a restare) nell'#ombra.

Però noi preferiamo la luce del sole, e quindi ci cambia poco che qualcuno possa farsi beffe della verità: già sappiamo (da almeno qualche migliaio di anni!) come è andata e finire, e questo ci basta.

mercoledì 20 settembre 2017

Vicenda Emanuela Orlandi-Vaticano: non importa se è falso, io il dossier lo pubblico


Lunedì mattina 18 Settembre, i lettori dei due maggiori quotidiani italiani si sono svegliati con un presunto scoop riguardante importanti novità in merito alla triste vicenda della scomparsa di Emanuela Orlandi, che coinvolgerebbero direttamente i vertici del Vaticano.

Il titolo di Repubblica [online] è categoricoEmanuela Orlandi, il giallo del nuovo dossier: “Oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per il suo allontanamento”.

Segue un dettagliato resoconto a firma di Emiliano Fittipaldi, che snocciola tutti i particolari di questo esplosivo “dossier”. Viene offerta anche una galleria fotografica con le 5 pagine scansionate che compongono il “documento choc” uscito dal Vaticano e finito nelle mani dell’autore del pezzo.

Come poi emerge addentrandosi nella lettura, questo grande “scoop” condiviso con il Corriere della Sera cartaceo – Emanuela Orlandi, il dossier segreto del Vaticano: “Spesi 500 milioni per lei fino al 1997”: è giallo sul dossier – a firma di Fiorenza Sarzanini non sarebbe altro che un’anticipazione – il “cuore” – del nuovo libro dello stesso Fittipaldi, Gli impostori, tra qualche giorno in libreria.

A dire il vero, il Corriere neppure fa accenno all’imminente iniziativa editoriale; parla soltanto di “un dossier che circola negli uffici della Santa Sede”, il cui esame – probabilmente fatto dalla stessa autrice Sarzanini –, “non fornisce alcun riscontro che si tratti di un documento originale perché non contiene timbri ufficiali”.

A corredo dello slideshow che anche il quotidiano diretto da Luciano Fontana pubblica si accenna poi a generiche (in corso?) verifiche sulla sua autenticità.

Non so se è vero, ma lo pubblico

Ma è il sommario di Repubblica a fare davvero la differenza nel racconto della vicenda, dando per scontato sia l’ipotesi di veridicità del documento, sia la sua falsità: Se è vero, apre squarci clamorosi sulla vicenda della ragazzina scomparsa nel 1983. Se falso, segnala uno scontro di potere senza precedenti nel pontificato di Francesco”.

Come a dire: in entrambi i casi abbiamo ragione noi. Però questo modo di procedere fa drizzare le orecchie anche al lettore meno accorto, e nella migliore delle ipotesi porta a una ulteriore flessione di credibilità nei confronti della stampa in generale e della categoria dei giornalisti in particolare, flessione che entrambi i settori, stando ai dati che vengono diffusi periodicamente, non si possono proprio più permettere.

La prima considerazione che viene da fare di fronte ad un sommario del genere – che è poi il leit motiv che accompagna entrambi i pezzi di Repubblica e Corriere – riguarda la regola base a cui ciascun giornalista deve sottostare: la verifica della veridicità delle informazioni.

Se non sono in grado di verificare se i dati in mio possesso sono veritieri, devo assolutamente diffidare dalla loro diffusione.

E le pezze d’appoggio?

Fa parte delle mie prerogative di giornalista, infatti, trovare le “pezze d’appoggio” in merito a ciò che scrivo e alle affermazioni che faccio. Altrimenti è la babele più totale, perché chiunque potrebbe scrivere una cosa e il suo contrario, lasciando a chissà chi (al lettore? Al caporedattore a cui sottopongo il mio testo? Alla persona o all’istituzione che accuso? Alle autorità preposte?) il beneficio della prova.
Si capisce da sé che questo modo di fare non sta in piedi ed è solo finalizzato ad altri scopi che se non ci vengono detti possiamo solo immaginare.

Da una parte, colpisce che entrambi i quotidiani nutrono almeno un minimo dubbio sull’attendibilità del documento. E allora perché pubblicarlo, e con così tanta enfasi? In effetti, nei rilanci degli articoli – oltre evidentemente ai titoli, che come prassi non ammettono il beneficio del dubbio – fatti sui social, la consapevolezza della possibile inattendibilità del carteggio scompare:


Le smentite? Ci diano delle spiegazioni piuttosto!

Di fronte alle prime smentite giunte dalla Santa Sede – il portavoce vaticano Greg Burke lo ha subito definito la vicenda “falsa e ridicola”, mentre uno dei protagonisti, il Cardinale Giovanni Battista Re, ha negato assolutamente l’esistenza della materia discussa, sia di aver visto il documento sia di averlo ricevuto al tempo in cui risalgono i fatti: – Fittipaldi si è difeso ripetendo quanto compariva già nel sommario del suo articolo, l’ormai famosa dicotomia “se è vero, se è falso”.

Ha poi aggiunto che “qualsiasi documento può essere falso, ma questo era in una cassaforte del Vaticano. Io ho faticato molto per averlo e ora la Santa Sede ci deve delle spiegazioni” [Vedi qui].

Anche in questo caso l’onere della prova è demandato a chi è accusato, anche se non siamo sicuri delle accuse che gli rivolgiamo. Un ragionamento non proprio lineare.

A dimostrazione della schizofrenia e della confusione che regna nelle redazioni di entrambi i quotidiani, nonostante appunto le varie smentite, gli articoli principali sono rimasti al loro posto, così come pure i titoli categorici.

Per “diritto di cronaca”, immaginiamo, gli sono stati poi affiancati, con molto meno risalto evidentemente, i pareri e le affermazioni di chi smentiva.

In serata, intanto, è arrivata la smentita ufficiale della Segreteria di Stato vaticana affidata ad un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede:

“Per il lancio di un libro d’imminente uscita, questa mattina due quotidiani italiani hanno pubblicato un presunto documento della Santa Sede che attesterebbe l’avvenuto pagamento di ingenti somme, da parte del Vaticano, per gestire la permanenza fuori Italia di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma il 22 giugno 1983.
La Segreteria di Stato smentisce con fermezza l’autenticità del documento e dichiara del tutto false e prive di fondamento le notizie in esso contenute.
Soprattutto rattrista che con queste false pubblicazioni, che tra l’altro ledono l’onore della Santa Sede, si riacutizzi il dolore immenso della famiglia Orlandi, alla quale la Segreteria di Stato ribadisce la sua partecipe solidarietà”.

Ciò per quanto riguarda l’attitudine professionale degli estensori degli articoli e dei caporedattori e direttori che ne hanno favorito la pubblicazione e la diffusione.

Un documento “patacca”?

Se invece entriamo nel merito del carteggio presentato in pompa magna, notiamo molte altre incongruenze che fanno restringere il beneficio del dubbio circa la sua inautenticità.

Cosa conterrebbe

Il documento conterrebbe il rendiconto delle spese sostenute dallo Stato Vaticano per gestire il rapimento di Emanuela Orlandi e la sua permanenza all’estero, in vari convitti londinesi, oltre alle spese per delle indagini su un dichiarato depistaggio, per alcune altre indagini private e per non precisate attività svolte dall’allora Segretario di Stato Agostino Casaroli e dal Vicario di Roma Ugo Poletti.

Per 14 anni, insomma, il Vaticano avrebbe pagato rette, vitto e alloggio, spese mediche e spostamenti alla Orlandi. Almeno fino al 1997, quando l’ultima voce parla di un ultimo trasferimento in Vaticano e “il disbrigo delle pratiche finali”, riferibili ad una sua morte.

Il font

Andiamo con ordine. Intanto soprassediamo sul font [Andale Mono] che caratterizza la lettera, di cinque pagine, “scritta al computer o, forse, con una telescrivente”, chiosa subito Fittipaldi; qui il dubbio è d’obbligo dato che il documento porta la data del 1998, anche se tutto può essere.

Senza firma e senza timbri

Lo stesso documento è intanto privo di firma, di qualunque timbro o intestazione ufficiale e non è affatto protocollato, anche se questa evenienza viene spiegata in chiusura della missiva.

“Riverita” a chi?

Per chi mastica un poco di ecclesialese, saltano subito agli occhi i titoli di cortesia utilizzati per i destinatari: “Sua Riverita Eccellenza”, mai sentito in ambienti vaticani, in luogo del comunissimo “Sua Eccellenza Reverendissima”.

Attenti al nome

Un’altra svista riguarda il secondo destinatario, l’“Arcivescovo Jean Luis Tauran” mentre il suo nome corretto è “Jean-Louis” [Vedi qui].

Suona inusuale mettere luogo e data di nascita della cittadina Emanuela Orlandi nell’oggetto, che invece è riferito al “resoconto sommario delle spese sostenute”, quasi a voler richiamare un “guardate che è proprio lei”.

Nessuna prefettura

Sempre per chi conosce l’organizzazione della Curia Romana, desta sospetto anche l’incipit dello scritto, in cui si parla di “prefettura dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica”, ma tutti sanno che al vertice della cosiddetta APSA c’è da sempre un Cardinale Presidente e non un Cardinale Prefetto.

Sarebbe bastata una ricerca sulla voce del Cardinale Antonetti, firmatario della lettera in questione, per verificare che tra i tanti incarichi svolti c’è infatti la “Presidenza” dell’APSA". La confusione è forse sorta con un altro organismo che si occupa di questioni economiche, la Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede, e tra poco capiremo perché.

Altre sviste e incongruenze

Fa simpatia anche l’errore [di battitura?] che compare già nella terza riga, “resosi” invece di “resesi” riferito alle “prestazioni economiche”.

Non c’è traccia, evidentemente, di nessuna delle 197 pagine di allegati “al presente rapporto” di cui si fa accenno.

Il resoconto economico che inizia a pag. 2 parte dal “gennaio 1983”: un’altra chiara incongruenza. Il documento, come è scritto, raccoglierebbe “le attività svolte a seguito dell’allontanamento domiciliare” di Emanuela Orlandi, che invece è avvenuto il 22 giugno di quello stesso anno.

Semplice campagna di marketing?

Sentendo quanti hanno verificato il caso e stando a ciò che racconta lo stesso Fittipaldi, sembra che il documento provenga dall’archivio di mons. Lucio Vallejo Balda, il sacerdote spagnolo già Segretario della Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede – ecco la prefettura!

Dal 2013 al 2014 il prelato ha guidato i lavori della commissione COSEA, incaricata di fare uno screening sui conti e sulla gestione amministrativa di tutti i dicasteri vaticani. Egli stesso fu imputato e condannato nel noto processo Vatileaks 2, che tra l’altro vedeva tra gli imputati anche l’estensore dell’articolo su Repubblica Fittipaldi, per la pubblicazione di due libri – l’altro di Gianluigi Nuzzi – contenenti carteggi segreti della COSEA.

È molto probabile, dunque, che il documento sia stato redatto in queste circostanze, e quindi diffuso (resta da capire da chi?) per depistare, ricattare o nella migliore delle ipotesi scrivere libri, mescolando particolari veri o verosimili con altri di pura invenzione.

L’unica certezza resta il dolore della famiglia Orlandi e i tentativi di piccolo cabotaggio per una campagna di marketing che possa risultare proficua.

19 settembre 2017 @DataMediaHub
Read more: http://www.datamediahub.it/2017/09/19/vicenda-emanuela-orlandi-vaticano-non-importa-se-e-falso-io-il-dossier-lo-pubblico/#ixzz4tCZNTYL3

lunedì 10 luglio 2017

Connessi alla #speranza: il Meeting dei giornalisti di Grottammare sui luoghi del terremoto


Nel servizio di Padre Pio TV, a cura di Annamaria Salvemini


venerdì 2 giugno 2017

Essere #felici è possibile? Alessandro D'Avenia e l'arte della #speranza


di Daniela Monti (Corriere della Sera)

«Ancora adesso, a quarant’anni anni, mi sorprende il modo in cui i miei genitori mi dimostrano che per loro sono importante. Questo mi dà una forza che nessuno può togliermi», dice Alessandro D’Avenia e racconta della mattina di un mese fa — il 2 maggio, giorno del suo compleanno — colazione nello stesso bar milanese in cui si trova ora, con vista su Santa Maria delle Grazie: «Ci eravamo salutati il giorno precedente a Roma: loro tornavano a casa, a Palermo, mentre io ero diretto a Milano, per riprendere la scuola. Così il 2 mi alzo, vengo qui e, colpo di scena, li vedo entrare e venirmi incontro per un abbraccio: avevano passato la notte da mia sorella, volevano esserci per farmi gli auguri a sorpresa. Sono cose del genere che mi hanno permesso di diventare l’uomo che sono».

L’amore è il tema del prossimo libro — uscirà in autunno — ma è anche la voce principale del bilancio dei suoi quarant’anni, «non sarò giudicato sul numero delle copie che ho venduto, ma sulla capacità di lasciarmi voler bene e di volere bene. Sul compimento dei doni della vita».

Quanto è piena la sua vita? C’è il successo dei suoi libri: l’ultimo, «L’arte di essere fragili» (Mondadori), dallo scorso novembre è nella classifica dei più venduti, «pensavo di togliermi uno sfizio e fare un libro per i professori, sulla scuola che sogno con una letteratura al servizio della vita e non solo del programma, e invece...». C’è il suo lavoro di insegnante di italiano e latino al liceo San Carlo di Milano: «Ogni mattina, durante l’appello, guardo i miei studenti, uno per uno. Loro si spazientiscono. “Dai prof, è una tortura, perché lo fa?”. E io rispondo: perché voi siete più importanti della lezione. Curare le relazioni è la forma dell’amore nel nostro tempo veloce, fatto tutto di prestazioni anziché di presenze».

E l’amore di coppia? «Sto bene così — risponde — , ho scelto di dedicare la mia vita ai ragazzi, a scuola e nel volontariato. Mantenere il celibato è una decisione che ho maturato nel tempo. Non significa rinunciare all’amore, ma viverlo seguendo altre strade, quelle dove mi porta la mia passione, raccontare e ascoltare storie, a scuola, in teatro, nei libri. Non sono un filantropo e basta: la mia vita è piena del rapporto con Dio (ma non ho la vocazione sacerdotale) e il mio amore per lui, in fondo, ha un aspetto sentimentale: senza, non posso vivere».

Forse la ragazza giusta deve ancora arrivare. «Sono incantato dalla grazia femminile — precisa — ma Dio che è la fonte di quella grazia mi ha incantato ancora di più. Il mio non è idealismo, né sentimentalismo, né fuga dalla realtà. È un amore profondo, che cresce giorno per giorno e trabocca. E quando hai la fortuna di vivere un amore così, che fai? Te lo tieni stretto. I primi a restare perplessi sono i miei studenti: le loro reazioni vanno dal “che peccato” — e queste sono le ragazze — al “ma non ha voglia di una famiglia sua?”». Lei cosa risponde? «Li guardo e dico: vi sembra che io non abbia dei figli?».

Le chiederanno del sesso, di come riesca a vivere senza. «Raccontare l’incanto o il disincanto del sesso è raccontare l’amore. Noi facciamo l’amore come amiamo, il sesso rivela com’è la nostra capacità di amare. A volte fare l’amore è semplicemente dare una carezza. Oggi, al contrario di ciò che si pensa, vedo poca trasgressione, cioè capacità di andare oltre se stessi, di crescere. Essere fedeli è trasgressivo, essere gentili anche quando si è stanchi, chiedere scusa, sorprendere con un’attenzione inattesa è erotico».

Lei scrive per i ragazzi: sono loro il suo pubblico. «È un’etichetta che mi hanno appicciato addosso: il numero di libri venduti dimostra che non è così. Comunque non ci trovo niente di male: il pezzo di mondo che osservo tutti i giorni è quello della scuola e i ragazzi sono come cristalli, si lasciano leggere dentro, mentre più tardi, a 30 o 40 anni, impariamo tutti a mettere una maschera, diventiamo opachi, ma ciò di cui abbiamo profondamente bisogno resta uguale: che cosa ci affranca dalla morte, dal continuo cadere delle cose? I ragazzi vivono la fragilità delle relazioni da cui vengono, le stesse dei loro genitori, del tessuto famigliare. La grammatica delle relazioni andrebbe riscritta, dalla A alla Z».

Le sue relazioni come sono? «A me interessano le relazioni buone. Quanto tempo dedica un professore ad ogni singolo alunno? Quanto tempo dei nostri pasti è dedicato al volto di chi sta a tavola con noi? Ma più vado avanti, più sperimento la mia incapacità ad amare nel modo profondo che vorrei. Così rilancio, rilancio sempre».

Nel nuovo libro, ogni capitolo ha il nome di una donna, alla quale il narratore — unica voce maschile — chiede di raccontare la propria storia. Un libro al femminile per spiegare l’amore agli uomini? «Non mi interessa spiegare niente a nessuno, ma godermi la magia della narrazione, dando parola a ciò che altrimenti resta invisibile, prima di tutto a me stesso. Il dramma di un’educazione sentimentale basata sul possesso, per esempio: l’altro conta solo se mi è utile. Ma in amore o si fa morire l’altro per affermare se stessi, o si muore (metaforicamente) per lui. Ho scelto di far parlare le donne perché sanno meglio degli uomini il paradosso dell’amore. È un testo ispirato da un inatteso stupore e dolore: stavo lavorando su Leopardi e le parole sono arrivate senza che ne avessi il controllo razionale».

Essere felici è possibile? «Io ho una vita bellissima. E felice perché impegnata in ciò che amo, fatica compresa. Mi ha colpito il racconto di un amico: stava litigando con la moglie quando il loro bimbo si è messo in mezzo, con una foto del loro matrimonio. Il messaggio era chiaro: guardatevi, voi vi amate, voi siete questi della foto. Ha ricordato ai genitori che se loro si spezzano, anche lui si spezza. Oggi si dà per scontato che se c’è una crisi, la relazione finisce. Ma quel bambino e i miei studenti ci chiedono altro: dimostrami che sono la cosa migliore che ti sia capitata, che il mio essere qui è una benedizione per il mondo. Non penso che questa sia letteratura per ragazzi, ma per uomini e donne che sperano nel futuro e l’unico modo è imparare ad amare davvero, con le nostre fragilità, cadute, fallimenti. A quarant’anni ne ho collezionati così tanti da sapere che in futuro potrà andare solo meglio».

1 giugno 2017

giovedì 25 maggio 2017

Messaggio promozionale: pubblicato "Becoming a Vaticanist. Religious information in the Digital Age"


L'#emozione è sempre come la prima volta, anzi di più: con il tempo matura pure quella. #BecomingAVaticanist è già tra noi. Un ringraziamento speciale a Luigi Accattoli per la Prefazione. #Attesafinita

Dove lo trovate?

Su Amazon - IBS - Apple Store per adesso. Presto anche nelle librerie in versione cartacea.

Di cosa parla?

Ecco l'introduzione:

Informing on the Catholic Church requires some features that go beyond the classical procedures of “simple” journalism: its social outreach is inseparably bound to its spiritual nature and understanding that is the first step in a journalistic narrative that is faithful to reason and the identity of the institution. 

That premise leads the way to know and learn several other specificities, starting from the dynamic that characterizes the “production” of information on the Church’s part – which is linked to the original mandate of its founder – to the principles that it animates and the hierarchical structure it characterizes. 

Understanding this, one can move on to examine the channels from where materials are drawn to elaborate (sources, documentation), which is also very specific, without neglecting in this case the aspect of training and professional growth. Good corporate communications support will then make a difference."

* * *

Informare sulla Chiesa cattolica richiede delle peculiarità che vanno al di là delle procedure classiche del “semplice” giornalismo: la sua proiezione sociale è vincolata in maniera inseparabile alla sua indole spirituale, e comprendere ciò è il primo passo per un racconto giornalistico fedele alle ragioni e all’identità dell’Istituzione.

Tale premessa apre la strada a diverse altre specificità da conoscere e approfondire, a partire dalla dinamica che caratterizza la “produzione” di informazione da parte della Chiesa stessa, legata al mandato originario del suo fondatore, ai principi che la animano e alla struttura gerarchica che la caratterizza.

Compreso ciò si può passare ad esaminare i canali da cui attingere il materiale da elaborare (fonti, documentazione), anch’esso molto specifico, senza tralasciare anche in questo caso l’aspetto formativo e di crescita professionale. Un buon supporto di comunicazione istituzionale permetterà poi di fare la differenza.
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sabato 29 aprile 2017

#PapaFrancesco per i 150 anni dell'Azione Cattolica in 30 tweet


1. Il carisma dell'AC è il carisma della stessa Chiesa incarnata profondamente nell'oggi e nel qui di ogni Chiesa diocesana.

2. L'apostolato deve essere il tratto distintivo ed è la zampa che si poggia per prima.

3. L'apostolato missionario ha bisogno di preghiera, formazione e sacrificio.

4. Formate: offrendo un processo di crescita nella fede, un percorso catechetico permanente orientato alla missione.

5. Pregate: in quella santa estroversione che pone il cuore nei bisogni del popolo, nelle sue sofferenze e nelle sue gioie.

6. Sacrificatevi: ma non per sentirvi più puliti, il sacrificio generoso è quello che fa bene agli altri.

7. Offrite il vostro tempo cercando come fare perché gli altri crescano, offrite quello che c'è nelle tasche.

8. L'AC ha il carisma di portare avanti la pastorale della Chiesa.

9. L'AC deve offrire alla Chiesa diocesana un laicato maturo che serva con disponibilità i progetti pastorali in ogni luogo.

10. Dovete incarnarvi concretamente. Non potete essere come quei gruppi tanto universali che non hanno una base in nessun posto.

11. Evitate di cadere nella tentazione perfezionista dell'eterna preparazione per la missione e delle eterne analisi.

12. Che sia la realtà a dettarvi il tempo, che permettiate allo Spirito Santo di guidarvi. 

13. S'impara a evangelizzare evangelizzando, come s'impara a pregare pregando.

14. È molto importante il posto che date alle persone anziane... Come pure i malati.

15. È necessario che l'AC sia presente nel mondo politico, imprenditoriale, professionale (...), ma per servire meglio.

16. È indispensabile che l'AC sia presente nelle carceri, negli ospedali, nelle strade, nelle baraccopoli, nelle fabbriche.

17. Voglio un'AC tra la gente, nella parrocchia, nella diocesi, nel paese, nel quartiere, nella famiglia, nello studio e nel lavoro, nella campagna, negli ambiti propri della vita.

18. Non siate dogane. Non potete essere più restrittivi della stessa Chiesa né più papisti del Papa.

19. Aprite le porte, non fate esami di perfezione cristiana perché così facendo promuoverete un fariseismo ipocrita. 

20. C'è bisogno di misericordia attiva. (...) Tutti hanno diritto a essere evangelizzatori.

21. L'AC non può stare lontano dal popolo, ma viene dal popolo e deve stare in mezzo al popolo. Dovete popolarizzare di più l'AC.

22. I modi di evangelizzare si possono pensare da una scrivania, ma solo dopo essere stati in mezzo al popolo e non al contrario.

23. Ricevere tutti e accompagnarli nel cammino della vita con le croci che portano sulle spalle.

24. Aguzzate la vista per vedere i segni di Dio presenti nella realtà, soprattutto nelle espressioni di religiosità popolare.

25. Il progetto evangelizzatore dell'AC: (...) primerear, cioè prendere l'iniziativa, partecipare, accompagnare, fruttificare e festeggiare.

26. Contagiate con la gioia della fede, che si noti la gioia di evangelizzare in ogni occasione.

27. Siate audaci. (...) Incoraggiate i vostri membri ad apprezzare la missione corpo a corpo causale.

28. Non clericalizzate il laicato. (...) Non dimenticatevi però di impostare il tema vocazionale con serietà.

29. Dovete essere luogo di incontro per il resto dei carismi istituzionali e dei movimenti che ci sono nella Chiesa senza paura di perdere identità.

30. La passione cattolica, la passione della Chiesa è vivere la dolce e confortante gioia di evangelizzare.

Qui il video e il testo integrali dell'intervento di Papa Francesco ai partecipanti al Congresso del Forum Internazionale dell'Azione Cattolica, giovedì 27 aprile 2017Domenica 30 aprile il Papa incontra tutte le delegazioni in Piazza San Pietro.

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