"Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia" (Benedetto XVI, 29 luglio 2010)

venerdì 2 giugno 2017

Essere #felici è possibile? Alessandro D'Avenia e l'arte della #speranza


di Daniela Monti (Corriere della Sera)

«Ancora adesso, a quarant’anni anni, mi sorprende il modo in cui i miei genitori mi dimostrano che per loro sono importante. Questo mi dà una forza che nessuno può togliermi», dice Alessandro D’Avenia e racconta della mattina di un mese fa — il 2 maggio, giorno del suo compleanno — colazione nello stesso bar milanese in cui si trova ora, con vista su Santa Maria delle Grazie: «Ci eravamo salutati il giorno precedente a Roma: loro tornavano a casa, a Palermo, mentre io ero diretto a Milano, per riprendere la scuola. Così il 2 mi alzo, vengo qui e, colpo di scena, li vedo entrare e venirmi incontro per un abbraccio: avevano passato la notte da mia sorella, volevano esserci per farmi gli auguri a sorpresa. Sono cose del genere che mi hanno permesso di diventare l’uomo che sono».

L’amore è il tema del prossimo libro — uscirà in autunno — ma è anche la voce principale del bilancio dei suoi quarant’anni, «non sarò giudicato sul numero delle copie che ho venduto, ma sulla capacità di lasciarmi voler bene e di volere bene. Sul compimento dei doni della vita».

Quanto è piena la sua vita? C’è il successo dei suoi libri: l’ultimo, «L’arte di essere fragili» (Mondadori), dallo scorso novembre è nella classifica dei più venduti, «pensavo di togliermi uno sfizio e fare un libro per i professori, sulla scuola che sogno con una letteratura al servizio della vita e non solo del programma, e invece...». C’è il suo lavoro di insegnante di italiano e latino al liceo San Carlo di Milano: «Ogni mattina, durante l’appello, guardo i miei studenti, uno per uno. Loro si spazientiscono. “Dai prof, è una tortura, perché lo fa?”. E io rispondo: perché voi siete più importanti della lezione. Curare le relazioni è la forma dell’amore nel nostro tempo veloce, fatto tutto di prestazioni anziché di presenze».

E l’amore di coppia? «Sto bene così — risponde — , ho scelto di dedicare la mia vita ai ragazzi, a scuola e nel volontariato. Mantenere il celibato è una decisione che ho maturato nel tempo. Non significa rinunciare all’amore, ma viverlo seguendo altre strade, quelle dove mi porta la mia passione, raccontare e ascoltare storie, a scuola, in teatro, nei libri. Non sono un filantropo e basta: la mia vita è piena del rapporto con Dio (ma non ho la vocazione sacerdotale) e il mio amore per lui, in fondo, ha un aspetto sentimentale: senza, non posso vivere».

Forse la ragazza giusta deve ancora arrivare. «Sono incantato dalla grazia femminile — precisa — ma Dio che è la fonte di quella grazia mi ha incantato ancora di più. Il mio non è idealismo, né sentimentalismo, né fuga dalla realtà. È un amore profondo, che cresce giorno per giorno e trabocca. E quando hai la fortuna di vivere un amore così, che fai? Te lo tieni stretto. I primi a restare perplessi sono i miei studenti: le loro reazioni vanno dal “che peccato” — e queste sono le ragazze — al “ma non ha voglia di una famiglia sua?”». Lei cosa risponde? «Li guardo e dico: vi sembra che io non abbia dei figli?».

Le chiederanno del sesso, di come riesca a vivere senza. «Raccontare l’incanto o il disincanto del sesso è raccontare l’amore. Noi facciamo l’amore come amiamo, il sesso rivela com’è la nostra capacità di amare. A volte fare l’amore è semplicemente dare una carezza. Oggi, al contrario di ciò che si pensa, vedo poca trasgressione, cioè capacità di andare oltre se stessi, di crescere. Essere fedeli è trasgressivo, essere gentili anche quando si è stanchi, chiedere scusa, sorprendere con un’attenzione inattesa è erotico».

Lei scrive per i ragazzi: sono loro il suo pubblico. «È un’etichetta che mi hanno appicciato addosso: il numero di libri venduti dimostra che non è così. Comunque non ci trovo niente di male: il pezzo di mondo che osservo tutti i giorni è quello della scuola e i ragazzi sono come cristalli, si lasciano leggere dentro, mentre più tardi, a 30 o 40 anni, impariamo tutti a mettere una maschera, diventiamo opachi, ma ciò di cui abbiamo profondamente bisogno resta uguale: che cosa ci affranca dalla morte, dal continuo cadere delle cose? I ragazzi vivono la fragilità delle relazioni da cui vengono, le stesse dei loro genitori, del tessuto famigliare. La grammatica delle relazioni andrebbe riscritta, dalla A alla Z».

Le sue relazioni come sono? «A me interessano le relazioni buone. Quanto tempo dedica un professore ad ogni singolo alunno? Quanto tempo dei nostri pasti è dedicato al volto di chi sta a tavola con noi? Ma più vado avanti, più sperimento la mia incapacità ad amare nel modo profondo che vorrei. Così rilancio, rilancio sempre».

Nel nuovo libro, ogni capitolo ha il nome di una donna, alla quale il narratore — unica voce maschile — chiede di raccontare la propria storia. Un libro al femminile per spiegare l’amore agli uomini? «Non mi interessa spiegare niente a nessuno, ma godermi la magia della narrazione, dando parola a ciò che altrimenti resta invisibile, prima di tutto a me stesso. Il dramma di un’educazione sentimentale basata sul possesso, per esempio: l’altro conta solo se mi è utile. Ma in amore o si fa morire l’altro per affermare se stessi, o si muore (metaforicamente) per lui. Ho scelto di far parlare le donne perché sanno meglio degli uomini il paradosso dell’amore. È un testo ispirato da un inatteso stupore e dolore: stavo lavorando su Leopardi e le parole sono arrivate senza che ne avessi il controllo razionale».

Essere felici è possibile? «Io ho una vita bellissima. E felice perché impegnata in ciò che amo, fatica compresa. Mi ha colpito il racconto di un amico: stava litigando con la moglie quando il loro bimbo si è messo in mezzo, con una foto del loro matrimonio. Il messaggio era chiaro: guardatevi, voi vi amate, voi siete questi della foto. Ha ricordato ai genitori che se loro si spezzano, anche lui si spezza. Oggi si dà per scontato che se c’è una crisi, la relazione finisce. Ma quel bambino e i miei studenti ci chiedono altro: dimostrami che sono la cosa migliore che ti sia capitata, che il mio essere qui è una benedizione per il mondo. Non penso che questa sia letteratura per ragazzi, ma per uomini e donne che sperano nel futuro e l’unico modo è imparare ad amare davvero, con le nostre fragilità, cadute, fallimenti. A quarant’anni ne ho collezionati così tanti da sapere che in futuro potrà andare solo meglio».

1 giugno 2017

giovedì 25 maggio 2017

Messaggio promozionale: pubblicato "Becoming a Vaticanist. Religious information in the Digital Age"


L'#emozione è sempre come la prima volta, anzi di più: con il tempo matura pure quella. #BecomingAVaticanist è già tra noi. Un ringraziamento speciale a Luigi Accattoli per la Prefazione. #Attesafinita

Dove lo trovate?

Su Amazon - IBS - Apple Store per adesso. Presto anche nelle librerie in versione cartacea.

Di cosa parla?

Ecco l'introduzione:

Informing on the Catholic Church requires some features that go beyond the classical procedures of “simple” journalism: its social outreach is inseparably bound to its spiritual nature and understanding that is the first step in a journalistic narrative that is faithful to reason and the identity of the institution. 

That premise leads the way to know and learn several other specificities, starting from the dynamic that characterizes the “production” of information on the Church’s part – which is linked to the original mandate of its founder – to the principles that it animates and the hierarchical structure it characterizes. 

Understanding this, one can move on to examine the channels from where materials are drawn to elaborate (sources, documentation), which is also very specific, without neglecting in this case the aspect of training and professional growth. Good corporate communications support will then make a difference."

* * *

Informare sulla Chiesa cattolica richiede delle peculiarità che vanno al di là delle procedure classiche del “semplice” giornalismo: la sua proiezione sociale è vincolata in maniera inseparabile alla sua indole spirituale, e comprendere ciò è il primo passo per un racconto giornalistico fedele alle ragioni e all’identità dell’Istituzione.

Tale premessa apre la strada a diverse altre specificità da conoscere e approfondire, a partire dalla dinamica che caratterizza la “produzione” di informazione da parte della Chiesa stessa, legata al mandato originario del suo fondatore, ai principi che la animano e alla struttura gerarchica che la caratterizza.

Compreso ciò si può passare ad esaminare i canali da cui attingere il materiale da elaborare (fonti, documentazione), anch’esso molto specifico, senza tralasciare anche in questo caso l’aspetto formativo e di crescita professionale. Un buon supporto di comunicazione istituzionale permetterà poi di fare la differenza.
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sabato 29 aprile 2017

#PapaFrancesco per i 150 anni dell'Azione Cattolica in 30 tweet


1. Il carisma dell'AC è il carisma della stessa Chiesa incarnata profondamente nell'oggi e nel qui di ogni Chiesa diocesana.

2. L'apostolato deve essere il tratto distintivo ed è la zampa che si poggia per prima.

3. L'apostolato missionario ha bisogno di preghiera, formazione e sacrificio.

4. Formate: offrendo un processo di crescita nella fede, un percorso catechetico permanente orientato alla missione.

5. Pregate: in quella santa estroversione che pone il cuore nei bisogni del popolo, nelle sue sofferenze e nelle sue gioie.

6. Sacrificatevi: ma non per sentirvi più puliti, il sacrificio generoso è quello che fa bene agli altri.

7. Offrite il vostro tempo cercando come fare perché gli altri crescano, offrite quello che c'è nelle tasche.

8. L'AC ha il carisma di portare avanti la pastorale della Chiesa.

9. L'AC deve offrire alla Chiesa diocesana un laicato maturo che serva con disponibilità i progetti pastorali in ogni luogo.

10. Dovete incarnarvi concretamente. Non potete essere come quei gruppi tanto universali che non hanno una base in nessun posto.

11. Evitate di cadere nella tentazione perfezionista dell'eterna preparazione per la missione e delle eterne analisi.

12. Che sia la realtà a dettarvi il tempo, che permettiate allo Spirito Santo di guidarvi. 

13. S'impara a evangelizzare evangelizzando, come s'impara a pregare pregando.

14. È molto importante il posto che date alle persone anziane... Come pure i malati.

15. È necessario che l'AC sia presente nel mondo politico, imprenditoriale, professionale (...), ma per servire meglio.

16. È indispensabile che l'AC sia presente nelle carceri, negli ospedali, nelle strade, nelle baraccopoli, nelle fabbriche.

17. Voglio un'AC tra la gente, nella parrocchia, nella diocesi, nel paese, nel quartiere, nella famiglia, nello studio e nel lavoro, nella campagna, negli ambiti propri della vita.

18. Non siate dogane. Non potete essere più restrittivi della stessa Chiesa né più papisti del Papa.

19. Aprite le porte, non fate esami di perfezione cristiana perché così facendo promuoverete un fariseismo ipocrita. 

20. C'è bisogno di misericordia attiva. (...) Tutti hanno diritto a essere evangelizzatori.

21. L'AC non può stare lontano dal popolo, ma viene dal popolo e deve stare in mezzo al popolo. Dovete popolarizzare di più l'AC.

22. I modi di evangelizzare si possono pensare da una scrivania, ma solo dopo essere stati in mezzo al popolo e non al contrario.

23. Ricevere tutti e accompagnarli nel cammino della vita con le croci che portano sulle spalle.

24. Aguzzate la vista per vedere i segni di Dio presenti nella realtà, soprattutto nelle espressioni di religiosità popolare.

25. Il progetto evangelizzatore dell'AC: (...) primerear, cioè prendere l'iniziativa, partecipare, accompagnare, fruttificare e festeggiare.

26. Contagiate con la gioia della fede, che si noti la gioia di evangelizzare in ogni occasione.

27. Siate audaci. (...) Incoraggiate i vostri membri ad apprezzare la missione corpo a corpo causale.

28. Non clericalizzate il laicato. (...) Non dimenticatevi però di impostare il tema vocazionale con serietà.

29. Dovete essere luogo di incontro per il resto dei carismi istituzionali e dei movimenti che ci sono nella Chiesa senza paura di perdere identità.

30. La passione cattolica, la passione della Chiesa è vivere la dolce e confortante gioia di evangelizzare.

Qui il video e il testo integrali dell'intervento di Papa Francesco ai partecipanti al Congresso del Forum Internazionale dell'Azione Cattolica, giovedì 27 aprile 2017Domenica 30 aprile il Papa incontra tutte le delegazioni in Piazza San Pietro.

mercoledì 26 aprile 2017

TED Talk di Papa Francesco a #TED2017 in 24 tweet: "quando c'è il 'noi' comincia una #rivoluzione"



1. Il futuro è fatto di te, è fatto cioè di incontri, perché la vita scorre attraverso le relazioni.

2. L'esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro.

3. Anch'io avrei potuto essere tra gli "scartati" di oggi. Perciò nel mio cuore rimane sempre quella domanda: "Perché loro e non io"?

4. Possiamo costruire il futuro solo insieme, senza escludere nessuno.

5. In realtà tutto è collegato e abbiamo bisogno di risanare i nostri collegamenti.

6. Molti oggi, per diversi motivi, sembrano non credere che sia possibile un futuro felice.

7. La felicità si sperimenta solo come dono di armonia di ogni particolare col tutto.

8. Come sarebbe bello se alla crescita delle innovazioni scientifiche e tecnologiche corrispondesse anche una sempre maggiore equità e inclusione sociale!

9. Come sarebbe bello se, mentre scopriamo nuovi pianeti lontani, riscoprissimo i bisogni del fratello e della sorella che mi orbitano attorno!

10. Solo l'educazione alla fraternità, a una solidarietà concreta, può superare la "cultura dello scarto".

11. La storia del Buon Samaritano è la storia dell'umanità di oggi.

12. Sul cammino dei popoli ci sono ferite provocate dal fatto che al centro c'è il denaro, ci sono le cose, non le persone.

13. C'è l'abitudine spesso di chi si ritiene "per bene", di non curarsi degli altri, lasciando tanti esseri umani, interi popoli, indietro, a terra per la strada.

14. C'è però anche chi dà vita a un mondo nuovo, prendendosi cura degli altri, anche a proprie spese.

15. Abbiamo tanto da fare, e dobbiamo farlo insieme.

16. Nella notte dei conflitti che stiamo attraversando, ognuno di noi può essere una candela accesa.

17. Per noi cristiani il futuro ha un nome e questo nome è speranza. (...) La speranza è la porta aperta sull'avvenire.

18. Basta un solo uomo perché ci sia speranza, e quell'uomo puoi essere tu.

19. Quando c'è il noi comincia una rivoluzione. (...) La rivoluzione della tenerezza.

20. La tenerezza significa usare le mani e il cuore per accarezzare l'altro.

21. Si, la tenerezza è la strada che hanno percorso gli uomini e le donne più coraggiosi e forti.

22. Non è debolezza la tenerezza, è fortezza. È la strada della solidarietà, la strada dell'umiltà.

23. Quanto più sei potente, quanto più le tue azioni hanno un impatto sulla gente, tanto più sei chiamato a essere umile.

24. Abbiamo bisogno gli uni degli altri.




martedì 21 marzo 2017

Videomessaggio di #PapaFrancesco per la #GMG 2017


Cari giovani... "la Chiesa e la società hanno bisogno di voi. Con il vostro approccio, con il coraggio che avete, con i vostri sogni e ideali, cadono i muri dell’immobilismo e si aprono strade che ci portano a un mondo migliore, più giusto, meno crudele e più umano".


domenica 5 marzo 2017

Riflessioni intorno al vaticanismo e possibili nuovi slanci


La nascita di una iniziale forma “strutturata” di vaticanismo per come lo intendiamo noi oggi può essere fatta risalire agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso, sotto il pontificato di Pio XI, quando venne organizzato un primo embrione di sala stampa vaticana. Era la famosa "banda Pucci" – dal nome del prelato della Segreteria di Stato, Enrico, che l'aveva costituita –ad occuparsi di stilare le prime note informative vaticane e passarle ad agenzie e giornali.

Facendo un calcolo aritmetico, e considerando pressappoco un ventennio per ciascun salto generazionale, possiamo dire di essere giunti alla 5ª generazione di vaticanisti; una genealogia professionale, insomma, che è "sopravvissuta", fino ad oggi, a 8 pontificati...

Questa circostanza temporale può essere un valido motivo per porsi qualche domanda sullo stato della professione, e provare a ipotizzare possibili nuovi slanci.

A che cosa servono le fonti

Vorrei partire dal tema delle fonti. Lasciando da parte quali sono, come ottenerle e come curarle mi soffermerò piuttosto a riflettere su "a che cosa servono".

Una prima domanda che viene da pormi è la seguente: le fonti, in questo ambito dell’informazione religiosa, servono per raccontare l'istituzione Chiesa (il suo sviluppo, il suo dinamismo, i progressi, in definitiva le novità che la riguardano) o piuttosto i retroscena (ciò che è sconosciuto ai più, ciò che è spesso difficile da provare, ciò che in definitiva può non essere vero ma è verosimile)?

E la risposta che mi do è che la diffusione/pubblicazione del solo retroscena, isolato da ogni contesto e presentato in solitudine, non dovrebbe assurgere al rango di informazione; siamo infatti di fronte ad un dato parziale, che sfugge al racconto generale di un avvenimento o di un cambiamento in atto, e serve soltanto, nel migliore dei casi, a sparare nel mucchio o a solleticare curiosità.

Raccontare la complessità

Lo stesso retroscena, 99 volte su 100, è fatto di contenuti negativi, certamente parziale rispetto alla complessità dell’Istituzione nel suo insieme e per le eventuali persone che vi sono coinvolte. Eppure, la vera sfida non è raccontare le "cose brutte" della Chiesa (del Papa, della Curia, dei Vescovi e giù a scendere fino al sagrestano), il difficile è raccontare la complessità di un’istituzione millenaria che risponde alle molteplici inquietudini della società in tutto il mondo. Piuttosto che appiattirsi sulle bad news, che richiamano di per sé l’attenzione in modo istintivo, occorre invece portare in primo pianole informazioni rilevanti, anche quelle che di primo acchito non sembrano interessare a nessuno, eppure sono quelle con cui interpretare la realtà in cui viviamo con uno sguardo più profondo e adeguato alle situazioni di oggi.

Cercarle costa, e richiede di "uscire"...

Uscire… dal Vaticano

Uscire, innanzitutto, ...dal Vaticano, quindi dallo strettamente istituzionale. Superare cioè una concezione della professione dell'informatore religioso per la quale siamo solo interessati alle beghe di palazzo, a ciò che accade al di là delle Mura, e ci preoccupiamo quasi niente di ciò che avviene invece al di qua del Tevere.

Questa "uscita" coinvolge anche i nostri schemi mentali... e ci chiama a guardare le cose con una visione più ampia; ad ascoltare di più e a giudicare di meno – direbbe Papa Francesco – e non per moralismo, ma per correttezza professionale: prima di poter raccontare, devo aver compreso un minimo dei fatti che voglio narrare, e per comprenderli bene devo mettermi all'ascolto, azionare i sensi (vedere?), avvicinarmi il più possibile. Se resto chiuso nella mia torre d'avorio, non rendo un buon servizio né agli altri né a me stesso.

Guardare al popolo

Nel caso della Chiesa, non possiamo prescindere dal fatto che ci troviamo di fronte ad una realtà duplice, che ha una componente istituzionale (il Vaticano e le sue gerarchie) e una componente umana e spirituale (il Popolo di Dio, la gente della strada e la sua fede). Come vaticanisti oggi dovremmo guardare senz’altro ad entrambe, ma forse un po' di più al popolo, a coloro che edificano la Chiesa con la loro carne. Devo dare atto a Luigi Accattoli di aver intrapreso,da tempo immemore, questo tipo di esperienza, raccogliendo quelle belle “storie di Vangelo” da uomini e donne della strada, che testimoniano veramente ciò che dicono di professare, e che lui ha raccolto in diverse pubblicazioni.

Uscire significa anche verificare quanto l'indirizzo del Magistero attecchisce in mezzo a questo popolo, e dove particolarmente, fosse pure in Africa o ad Haiti.

Opinioni a tutti i costi

Si dice spesso che la gente non legga, che il numero delle tirature sia in perenne erosione, il mondo editoriale alla deriva; c'è insomma crisi di lettori. Ma siamo sicuri che le cose stiano veramente in questi termini? Piuttosto, leggendo alcune cronache e vedendo certi modi di fare informazione, mi viene il dubbio che ci sia crisi di... scrittori. Gli stessi scrittori che dovrebbero piuttosto “uscire”,come accennavamo prima.

Se vogliamo riconquistare il lettore, forse dobbiamo imparare a rifuggire dalla tentazione del fare opinione a tutti i costi e spesso a buon mercato. Un giornalista che fa solo l'opinionista ha smesso di cercare i fatti, le storie, e la sua "opinione", se è in buona fede, è pur sempre limitata, perché non è più irrorata dal necessario contesto che ti porta –per  continuare l’esempio– fuori dalla tua torre d'avorio.

Voglio dire, è giusto esprimere opinioni, meno giusto è semplificare la realtà in base alla propria limitata esperienza. Ripeto: non c'è nulla di male a comunicare agli altri il proprio punto di vista personale poiché è una tendenza tipicamente umana. Però semplificare è un modo – sbrigativo, direi– per aver meno paura della complessità e della libertà e così non assumersi alcuna responsabilità concreta.

Lasciarsi interrogare dai dubbi (quelli veri!)

Allora dovremmo imparare ad accontentarci un po' meno di ciò che ci viene dalla nostra esperienza che, per quanto illuminata, è pur sempre limitata.Sintetizzando in slogan ciò che ho detto, occorre imparare a: 1) capire oltre le apparenze; 2) pensare di non essere mai arrivati; 3) lasciarsi interrogare dai dubbi (quelli veri!).

Tornando Oltretevere e al Papa: per chi crede Egli è una guida ed è il pastore che conduce il gregge, successore del primo degli Apostoli e Vicario di Cristo; per chi non crede è il leader di 1 miliardo e 300 milioni di cattolici nel mondo: in entrambi i casi merita rispetto!

Quanto alla fonte primaria dell'istituzione Chiesa, possiamo dire che con gli anni è diventata un po’ più trasparente; ultimamente forse un po' più tempestiva; e sicuramente cerca di aggiornarsi continuamente per migliorare...

Non esistono fake news

La sfida per noi giornalisti, piuttosto, è quella di rendere fruibile quella fonte, senza alterarla, al di fuori dei canali ufficiali: se il Papa ha detto "ciao Pippo", ed ho la possibilità di verificare che effettivamente l'ha detto, potrà non piacermi, potrò non essere d'accordo, ma del Papa sempre il suo "ciao Pippo" devo trasmettere, altrimenti – professionalmente – sto barando...

E probabilmente sto alimentando – e così mi collego al punto successivo – quel bacino di fake-news di cui oggi il mondo, anche quello professionale, sembra tanto lamentarsi. Ma a lungo andare, per il tanto parlarne e il poco applicare, pure le fake-news si stanno convertendo piuttosto in qualcosa di fashion, perché se le cito o le condanno fa trendy.

Allora dirò una cosa un po’ fuori dal coro: le fake-news non esistono! Una notizia o “è” ed è vera,oppure “non è”. E se “non è”, non esiste e non può neanche essere falsa. È tutta un’altra cosa: manomissione, inganno, un testo che scimmiotta l’informazione e la notizia… la possiamo chiamare come vogliamo, ma proviamo a recuperare anche l’importanza del linguaggio, in modo da riconquistare la dignità del lavoro che facciamo.

Fonti confidenziali

Un campanello d’allarme che ci deve far riflettere, visto che parliamo di fonti, è legato a tutto quel mondo delle interviste o rivelazioni concesse off–the-record (in via confidenziale). Se quello che mi stanno raccontando è “scottante”, io mi domanderei sempre: perché questo Cardinale o funzionario di Curia lo sta dicendo proprio a me? E perché se la cosa merita attenzione, la sta rivelando in maniera anonima? In questo caso io proverei ad ascoltare – cosa che comunque devo sempre fare – la cosiddetta “terza campana”.

Ciò non toglie che quelle informazioni che ho appena acquisito, casomai in forma anonima, mi servano come contesto per comprendere meglio quale sia il clima che si respira nei sacri palazzi. Ma se butto in pagina questo presunto dato scottante, isolato da tutto il resto, mi sto rendendo probabilmente complice di un regolamento di conti, o nella migliore delle ipotesi di un pettegolezzo da comari.

Il ruolo dei social

Oggi si parla tanto dei social e della rivoluzione che questi hanno portato anche nell’ambito dell’informazione. Sappiamo bene, se guardiamo alle ultime statistiche, che circa il 35% delle persone oggi si informa principalmente attraverso Facebook e solo occasionalmente ricorre ai giornali. Si dice pure che sono proprio i social i maggiori diffusori delle cosiddette bufale.

Se riflettiamo un attimo, possiamo convenire che non può essere colpa del contenitore; farlo sarebbe allontanare il problema e ritirarsi (ancora una volta) nella propria torre d’avorio delle comodità. Il contenitore “vive” di quello che ci mettiamo dentro. E a riempirlo siamo noi, liberamente: nessuno ci obbliga a postare, infatti, una foto che ci ritrae o una dichiarazione d’amore.

Allora sopraggiunge la sfida, e una domanda: che uso vogliamo fare dei social? Intanto, per il giornalista, consultarli significa ampliare il proprio campo di indagine, perché è come avere a portata di mano un’agenzia di stampa 24 ore al giorno, e questo è sicuramente un regalo.

Per quanto riguarda il problema delle bufale o delle informazioni non verificate, si apre un vasto mondo in cui operare: portare anche in questo ambiente quel contributo di interpretazione della realtà, soppesando dati e ampliando il contesto, fornendo documentazione e approfondendo le discussioni, oltre ad avere un dialogo diretto e “senza filtri” con i lettori o con i protagonisti delle vicende che potremmo/vorremmo raccontare.

Una professione cambiata

Senza dubbio, grazie ai social – e per fortuna o purtroppo, direbbe qualcuno –, la professione è cambiata. Dal momento che tutti siamo abilitati ad acquisire globalmente dati e contenuti, ciò dimostra che non esistono più (forse perché non ce n’è più bisogno) i cosiddetti mediatori in senso classico, coloro che si frapponevano tra l’accaduto e il destinatario dell’informazione, presentandone una propria versione. Oggi ciascuno raggiunge direttamente “il luogo dell’accaduto” e ne legge i risvolti secondo la sua sensibilità.

Qui però subentra una necessità, ed è quella dell’educazione. Educare le persone, i cittadini, a “leggere” la realtà; educare se stessi, in quanto professionisti dell’informazione, a saperla leggere e raccontare. Educare la propria capacità “visiva” (di comprensione), educare a fornire le necessarie chiavi di lettura.

Formare e accompagnare le persone



Insomma, in questo nuovo contesto comunicativo e informativo siamo chiamati a formare le persone, ad accompagnarle, a chiarire loro i dubbi piuttosto che alimentarli, a semplificare i dati complessi. Noi non parteggiamo, offriamo piste interpretative per comprendere meglio.

Poiché non siamo più “padroni” dell’informazione, il nostro contributo di tempo ed energie deve essere disinteressato; dobbiamo amare la verità, che però è sempre più ampia rispetto a noi, non siamo noi! Può tornare utile leggersi o rileggersi, per chi lo avesse già fatto, il Manifesto della comunicazione non ostile firmato a Trieste il 17 febbraio. Si tratta di 10 spunti consapevoli e altrettante applicazioni pratiche – per qualcuno forse scontati – che possono orientare la professione.

Non l'aizzatore di tifoserie precostituite

Ogni tanto, quindi, fa bene esercitarsi a lottare contro possibili atteggiamenti patetici e autoreferenziali; a superare quei tic che ci rendono monotematici nei racconti della realtà che facciamo o unidirezionali rispetto ai soggetti su cui scriviamo. Il giornalista non è un aizzatore di tifoserie precostituite e pre-elaborate. Piuttosto, è uno che “rombe le bolle”, per usare un termine social, uno che aiuta ad uscire da quelle famose echo chambers (stanze degli echi) dove siamo già tutti d’accordo e ci osanniamo a vicenda.

Ecco, questo intendo quando faccio riferimento agli educatori e all’educazione in ambito informativo. Un lavoro da veri artigiani.

Nostalgia del “garzone”

Termino. A proposito di artigianato, duole dirlo, ma un’altra consapevolezza che dobbiamo assumere, se guardiamo allo stato odierno della professione giornalistica – e a tutte le professioni in generale–, lo dico con il massimo rispetto per tutti, è che negli anni è andata scemando la figura del garzone, colui che nella bottega dell’artigiano trascorreva la giovinezza per imparare il mestiere e, una volta che il mastro si ritirava per godersi la pensione, ne rilevava l’attività e soprattutto l’esperienza.

Forse sarebbe il caso di provare a riallacciare questo cordone ombelicale reciso, desiderando lasciare eredi, provando ad essere un po’ meno gelosi della propria esperienza e un po’ più educatori, formatori, insomma maestri nella professione.

Solo così potremmo dire di aver contribuito a cambiare un pezzo di mondo.

venerdì 17 febbraio 2017

Artigiani di una comunicazione fragrante e buona, come il pane che nutre


Quando abbiamo avviato questo blog, durante il pontificato di Benedetto XVI, avevamo chiaro lo scopo: farci “alleati e seminatori di buone notizie”, come riporta giustamente il motto sotto la testata.

Il motivo lo avevamo spiegato qui. E lo abbiamo ribadito una volta eletto Papa Francesco qui.

Ecco perché il Messaggio per la 51ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali non ci ha colti di sorpresa; piuttosto, ci ha confermati nel nostro compito di annunciatori delle cose buone e delle cose belle. O, come riporta lo stesso Messaggio, comunicatori di “speranza e fiducia nel nostro tempo”.

Una sfida e un compito

Per chi avrà la pazienza di leggerlo, noterà che anche in questa occasione il Papa consegna a tutti i comunicatori, ma in fondo anche a chi non lo è, una sfida e un compito.

La prima consiste, innanzitutto, nell’invertire la logica che ci vuole ormai abituati “a fissare l’attenzione sulle ‘cattive notizie’ (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane)”, oltrepassando dunque “quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra” e ci rende apatici, impauriti e disillusi. Ciò significa anche cambiare il proprio paradigma esistenziale, nutrendo maggiore “speranza” (“la più umile tra le virtù”) in un domani sicuramente migliore.

Quanto al compito, Papa Francesco lo configura come una sorta di artigianato. Parla dei comunicatori, infatti, come di quegli incaricati del “mulino”, che hanno la possibilità di “decidere se macinarvi grano o zizzania”. L’ideale sarebbe preparare “un pane fragrante e buono” (comunicazione costruttiva che rifiuta i pregiudizi e favorisce una cultura dell’incontro) e inforcare “occhiali” buoni e “giusti”, per guardare alla realtà “con consapevole fiducia”.

La bellezza di tutto ciò sta nel fatto che ciascuno di noi diventa in qualche modo protagonista in questa chiamata a vivere e a descrivere la realtà nello “scenario di una possibile buona notizia”. Buona notizia che, per chi crede, è in definitiva la persona stessa di Gesù Cristo.

Con ciò, il Papa parla ai comunicatori ma in fondo parla anche a ciascun fruitore dell’informazione, e quindi a tutti. Dal momento che tutti siamo abilitati (vedi smartphone, social media, ecc.) ad acquisire globalmente dati e contenuti, a ciascuno è richiesto di cercare il bene e farsene diffusore, laddove esercita il proprio vissuto quotidiano, qualunque sia l’ambiente fisico o virtuale (?) che frequenta.

In fondo, tutto questo dimostra ancora una volta – e la Chiesa lo assume con assoluta consapevolezza – che non esistono più (e forse perché non ne abbiamo più bisogno) i mediatori in senso classico, coloro che si frapponevano tra l’accaduto e il destinatario dell’informazione, presentandone una propria versione. Ciascuno raggiunge direttamente il “luogo dell’accaduto” e ne legge (pensiamo agli occhiali) i risvolti secondo la sua sensibilità.

Qui però sopraggiunge una necessità, ed è quella dell’educazione. Educare a leggere, educarsi a saper leggere. Educare la propria capacità “visiva” (di comprensione della realtà), educare a fornire le necessarie chiavi di lettura. Perché la lettura della realtà – dice il Papa – deve generare speranza.

Seguendo questa prospettiva, il comunicatore non è più dunque il mediatore di cui avevamo bisogno nel passato, ma si converte in educatore. E cosa è l’educazione in ambito comunicativo e informativo se non quell’artigianato del sapere, che insegna fin da piccoli a saper assumere il pane buono della conoscenza, a lavorare le farine migliori con la giusta dose di acqua e sale (mescolare contenuti) e produrre così un pasto gustoso e fragrante, proprio come chiede Francesco?

sabato 14 gennaio 2017

#Synod18, 3 verbi per indirizzare il cammino della Chiesa con i giovani


Entrano nel vivo i lavori di preparazione del prossimo Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà nell'ottobre del 2018 e che Papa Francesco ha voluto dedicare ai giovani.

Dal documento preparatorio diffuso nei giorni scorsi risaltano in particolare 3 verbi per ciò che riguarda l'azione pastorale che la Chiesa vuole intraprendere con i giovani, per accompagnarli in questo "tempo segnato dall'incertezza, dalla precarietà, dall'insicurezza".

Una sfida ritenuta seria dove si evince chiaramente che il futuro è adesso!

3 verbi "che nei Vangeli connotano il modo con cui Gesù incontra le persone del suo tempo".

Innanzitutto Uscire

"Accompagnare i giovani richiede di uscire dai propri schemi preconfezionati, incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi; significa anche prenderli sul serio nella loro fatica a decifrare la realtà in cui vivono e a trasformare un annuncio ricevuto in gesti e parole, nello sforzo quotidiano di costruire la propria storia e nella ricerca più o meno consapevole di un senso per le loro vite".

"Uscire, anzitutto da quelle rigidità che rendono meno credibile l'annuncio della gioia del Vangelo, dagli schemi in cui le persone si sentono incasellate e da un modo di essere Chiesa che a volte risulta anacronistico. Uscire è segno anche di libertà interiore da attività e preoccupazioni abituali, così da permettere ai giovani di essere protagonisti. Troveranno la comunità cristiana attraente quanto più la sperimenteranno accogliente verso il contributo concreto e originale che possono portare".

Il secondo verbo è Vedere

"Uscire verso il mondo dei giovani richiede la disponibilità a passare del tempo con loro, ad ascoltare le loro storie, le loro gioie e speranze, le loro tristezze e angosce, per condividerle: è questa la strada per inculturare il Vangelo ed evangelizzare ogni cultura, anche quella giovanile. Quando i Vangeli narrano gli incontri di Gesù con gli uomini e le donne del suo tempo, evidenziano proprio la sua capacità di fermarsi insieme a loro e il fascino che percepisce chi ne incrocia lo sguardo. È questo lo sguardo di ogni autentico pastore, capace di vedere nella profondità del cuore senza risultare invadente o minaccioso; è il vero sguardo del discernimento, che non vuole impossessarsi della coscienza altrui né predeterminare il percorso della grazia di Dio a partire dai propri schemi".

Infine, Chiamare

"Nei racconti evangelici lo sguardo di amore di Gesù si trasforma in una parola, che è una chiamata a una novità da accogliere, esplorare e costruire. Chiamare vuol dire in primo luogo ridestare il desiderio, smuovere le persone da ciò che le tiene bloccate o dalle comodità in cui si adagiano. Chiamare vuol dire porre domande a cui non ci sono risposte preconfezionate. È questo, e non la prescrizione di norme da rispettare, che stimola le persone a mettersi in cammino e incontrare la gioia del Vangelo".

Chi sono i destinatari?

"Tutti i giovani, nessuno escluso".

E proprio a loro Papa Francesco ha indirizato, per l'occasione, una lettera: "Ho voluto che foste voi al centro dell'attenzione perché vi porto nel cuore".

"Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori".

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